Questa volta, il lapsus – il tic lessicale o l’inciampo linguistico – è davvero grande come una casa. Per dichiarare guerra alla egemonia ideologica della sinistra e per imporre una drastica svolta nella formazione dell’opinione pubblica, la destra non trova nulla di meglio che ricorrere al più consunto vocabolario della stessa sinistra.
Il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, di Fratelli d’Italia, ha candidamente dichiarato: «occorre una nuova narrazione dopo la nostra vittoria elettorale». Capite? Narrazione: la più logora delle espressioni verbali adottate dalla retorica progressista nella fase del suo malinconico declino e diventata stereotipo sub-letterario (qualche sciagurato osa addirittura “narrativa”).
Non è un dettaglio irrilevante. Nel momento in cui la destra, uscita trionfante dalle urne, vuole affermare identità e orgoglio, si trova priva di strumenti e persino di linguaggio…
Questa volta, il lapsus – il tic lessicale o l’inciampo linguistico – è davvero grande come una casa. Per dichiarare guerra alla egemonia ideologica della sinistra e per imporre una drastica svolta nella formazione dell’opinione pubblica, la destra non trova nulla di meglio che ricorrere al più consunto vocabolario della stessa sinistra.
Il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, di Fratelli d’Italia, ha candidamente dichiarato: «occorre una nuova narrazione dopo la nostra vittoria elettorale». Capite? Narrazione: la più logora delle espressioni verbali adottate dalla retorica progressista nella fase del suo malinconico declino e diventata stereotipo sub-letterario (qualche sciagurato osa addirittura “narrativa”).
Non è un dettaglio irrilevante. Nel momento in cui la destra, uscita trionfante dalle urne, vuole affermare identità e orgoglio, si trova priva di strumenti e persino di linguaggio (le parole per dirlo) e utilizza quello altrui, riconoscendo così la propria subalternità. E dichiarando il proprio complesso di inferiorità (culturale). Le reazioni del Governo e di una parte dei media al Festival di Sanremo possono essere lette in questa chiave. In realtà, il Festival di quest’anno è stato quello che è sempre stato: lo specchio – fedele, deformato o semplicemente deforme – dei residui tratti nazional-popolari della società italiana.
Si consideri quella formula di origine gramsciana, abusatissima ma non per questo meno efficace. Che cosa è nazional-popolare in un Paese dove la maggioranza di governo tenta disperatamente di elaborare un’idea di nazione (termine ossessivamente ripetuto e sempre con la N maiuscola e al ritmo della banda dell’Esercito) e dove il popolo appare come un aggregato casuale di interessi e di valori, privo di coscienza di sé e di un’immagine condivisa? È la combinazione temporanea e mutevole di differenti costumi e stili di vita, forme di relazione e pulsioni umorali e scelte morali, che esprimono quanto resta di un comune carattere nazionale, nonostante i mille frammenti in cui si va disperdendo.
È qui che si manifesta, oltre alla Tradizione (c’è anche quella), tutto ciò che Fratelli d’Italia francamente detesta e che il teatro Ariston non poteva non riflettere. La colpa – lo giuro – non è della sinistra; e non è nemmeno di Amadeus, trattato dai giornali di destra quasi fosse il Norberto Bobbio dell’universo pop-rock. La colpa, se proprio vogliamo, è della vita e del suo indocile disordine.
Tant’è vero che la transessualità così invisa alla destra è quella stessa ospitata dal salotto di Barbara D’Urso e dalle copertine di Chi, dalla predica del parroco che “sa parlare ai giovani” e da una linea di abbigliamento “oltre i sessi”: bene di consumo reso innocuo e commercializzato.
Non a caso, Rosa Chemical depone un bacio sulle labbra di Fedez, un maschio spavaldamente eterosessuale, marito e padre esemplare, ripreso senza sosta nell’atto di accudire i propri figli (non è dato sapere con quanta soddisfazione di questi ultimi). D’altra parte, il tatuatissimo Lazza indirizza i suoi emozionati ringraziamenti «alla persona più importante di tutte: la mamma».
Così il cerchio si chiude, un intero percorso storico si conclude e la “narrazione” (come direbbero Mazzi e un segretario di circolo del PD) trova il suo compimento là dove aveva preso le mosse: esattamente settant’anni fa, il Festival vedeva vincitori Giorgio Consolini e Gino Latilla con Tutte le mamme. Questo il primo verso: “Son tutte belle le mamme del mondo/Quando un bambino si stringon al cuor”. C’è da temere che Giorgia Meloni ed Eugenia Roccella, Ministra della Famiglia e della Natalità, siano tentate di utilizzare quelle parole come slogan per una frizzante e fertile campagna demografica.
Quell’Italia non c’è più (o è ridotta a una piccola nicchia) e quella di adesso non è raffigurabile, come pensano a destra, attraverso i volti, le voci e le attività di un circolo dell’Arcigay o del centro sociale Forte Prenestino. Chi pensa questo esprime esattamente quel complesso di inferiorità di cui si diceva: cosa che induce intellettuali e giornalisti di destra a credere che, per consolidare il successo elettorale, è opportuno che sia Povia (quello di “Luca era gay/e adesso sta con lei”) a vincere il Festival. O qualcosa del genere.
Discende da qui anche quella volontà di omologazione e quella tentazione di disciplinamento, che sono l’esatto contrario di ogni capacità di egemonia. Quest’ultima, infatti, tende ad accogliere il diverso e, se può, ad assimilarlo; tende ad accettare l’oppositore e, se le riesce, a renderlo ubbidiente; tende a includere l’estraneo e, magari, a inglobarlo.
All’opposto, la reazione della destra italiana è irresistibilmente autoritaria: via i vertici Rai, Fedez, Amadeus. Ancora una volta, l’intolleranza appare come la manifestazione di una insicurezza patologica. Dunque, da questa demenziale settimana sanremese, emerge un singolarissimo paradosso: Fratelli d’Italia prevale largamente nelle urne e la coalizione di destra ha la maggioranza, ma non sembra esprimere adeguatamente lo spirito pubblico del paese. Certo, interpreta alcuni temi di senso comune, come la sicurezza, molto remunerativi sul piano elettorale, ma non altri: tanto meno quelli relativi alla sfera della soggettività e dell’autonomia della persona.
D’altra parte, la sinistra sembra rappresentare meglio queste domande di libertà, anche se a metterle in scena non sono certo le rappresentanze partitico-parlamentari di quell’area, bensì i protagonisti dello spettacolo, dei social e della comunicazione. L’immagine finale che ne risulta è quella di un Paese tendenzialmente schizofrenico.