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Ruby Ter, tutti sconfitti

(ansa)

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Dall'assoluzione di Berlusconi non vince nessuno: dalla procura agli stessi imputati
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La sentenza del tribunale di Milano che assolve Silvio Berlusconi e i suoi 28 tra coimputate e coimputati "perché il fatto non sussiste" nel cosiddetto processo "Ruby ter" dalle accuse di corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza è un'occasione che merita un esercizio di verità. E non lo spettacolo scomposto di queste ore o, peggio, l'annuncio o la richiesta di sgangherate vendette per via politica. Perché da questa vicenda tutti i protagonisti escono vinti. Purtroppo, senza alcuna eccezione. La magistratura milanese, l'ottuagenario quattro volte presidente del Consiglio e la Politica, intesa come esercizio ipocrita che ha accompagnato questi interminabili dodici anni senza riuscire mai a ritagliarsi davvero un ruolo compiutamente autonomo dalla vicenda giudiziaria. E le ragioni, solo a volerle vedere, sono cristalline. Proviamo a metterle in ordine.

La sentenza del tribunale di Milano che assolve Silvio Berlusconi e i suoi 28 tra coimputate e coimputati "perché il fatto non sussiste" nel cosiddetto processo "Ruby ter" dalle accuse di corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza è un'occasione che merita un esercizio di verità. E non lo spettacolo scomposto di queste ore o, peggio, l'annuncio o la richiesta di sgangherate vendette per via politica. Perché da questa vicenda tutti i protagonisti escono vinti. Purtroppo, senza alcuna eccezione. La magistratura milanese, l'ottuagenario quattro volte presidente del Consiglio e la Politica, intesa come esercizio ipocrita che ha accompagnato questi interminabili dodici anni senza riuscire mai a ritagliarsi davvero un ruolo compiutamente autonomo dalla vicenda giudiziaria. E le ragioni, solo a volerle vedere, sono cristalline. Proviamo a metterle in ordine.


Tre distinti processi (Ruby 1; Ruby bis; Ruby ter) hanno dimostrato, con sentenze in due casi passate in giudicato (Ruby 1 e 2), che, nel 2010, le "cene eleganti" organizzate da Silvio Berlusconi nella sua residenza ad Arcore erano la penosa definizione con cui dissimulare partouze destinati a soddisfare i peculiari appetiti sessuali del padrone di casa (quelli che l'ex moglie Veronica Lario consegnò a una lettera a questo giornale con l'immagine del "Drago e le vergini"). Si, dei "Bunga Bunga" - per altro inscenati nel tempo anche in altri set (Palazzo Grazioli e la residenza in Sardegna) - animati da aspiranti soubrette (le "olgettine"), igieniste dentali prestate alla politica, amici, famigli, e per giunta frequentati da una ragazza allora diciassettenne, la marocchina Karima el Mahroug, "Ruby Rubacuori", successivamente spacciata a sprezzo del ridicolo, anche nella solennità dell'aula parlamentare, come "la nipote del Presidente egiziano Mubarak". Due dei tre distinti processi hanno documentato, con sentenze passate in giudicato, che quei partouze altro non fossero che atti di prostituzione. Che la partecipazione a quelle "cene eleganti" sia costata, nel tempo, oltre 10 milioni di euro al padrone di casa. Sommando in quella voce le molte e diverse "liberalità" pretese dalle ospiti per conservare di quelle serate un ricordo innocuo. O non conservarlo affatto.


E tuttavia, da questi stessi processi Berlusconi è uscito assolto. Assolto dal reato di concussione, da quello di prostituzione minorile e, ieri, da quello di corruzione in atti giudiziari. Per ragioni che hanno a che vedere con la qualificazione giuridica di quei fatti, con la loro valutazione o, è il caso di ieri, con il mancato riconoscimento delle garanzie dovute agli indagati (confondendo delle indagate di reato connesso, quale erano le ragazze ospiti delle serate di Arcore, con delle semplici testimoni, il processo è crollato nella sua premessa, imponendo l'assoluzione di tutti gli imputati). Lasciando così che, dodici anni dopo, gli unici condannati in via definitiva di questa vicenda siano coloro che nel processo Ruby bis sono stati riconosciuti responsabili del reato di favoreggiamento della prostituzione. Chi, insomma, procedeva al casting delle "vergini" ammesse al cospetto del "Drago".


Definire questa sequenza - come oggi fanno Silvio Berlusconi e le sue figlie e i colonnelli del suo partito - l'evidenza di una "persecuzione giudiziaria" che merita un risarcimento politico postumo non è un'operazione di verità. Ma sarebbe altrettanto irrispettoso della verità liquidare l'enormità di quanto accaduto a Milano come il "fisiologico" dipanarsi della dialettica processuale tra il lavoro di una Procura della Repubblica e quello dei giudici di merito. Perché c'è poco di fisiologico in una vicenda giudiziaria che dura 12 anni (e che, qualora la sentenza di ieri dovesse essere appellata, potrebbe protrarsi ancora) e in cui una Procura della Repubblica non porta a casa una sola delle imputazioni che aveva costruito. Perché questo vuol dire due cose: o che ha lavorato male o che non ha avuto la forza di riconoscere, quando ancora era in tempo, che quanto scoperto nelle indagini sul "Drago e le vergini" era sicuramente di straordinaria rilevanza politica per il Paese, ma, come i processi hanno dimostrato, di incertissimo esito penale. Quantomeno in capo al suo protagonista.


La verità è che, in questa sua coda, la vicenda giudiziaria di Silvio Berlusconi si rivela per ciò che è stata. Il paradigma malato di un Paese che, incapace di distinguere tra responsabilità penale e responsabilità politica, ha scientificamente e sistematicamente trasformato il processo penale in un'ordalia. Utile a scaricare sul magistrato, pm o giudice che sia, responsabilità e dunque ruoli che non gli sono propri. Con un esito drammatico: aver trasformato l'indagine e il processo penale in unici e ossessivi luoghi di accertamento della responsabilità intesa tout court. Consegnando contestualmente la Politica alla massima forma di irresponsabilità. Quella che le ha consentito e le consente di fuggire sistematicamente da ogni forma di accountability di fronte a fatti politicamente rilevanti a meno che non li si ritenga "penalmente rilevanti" e dunque da dirimere in un'aula di giustizia.


Intossicato dal codice penale, quale unica bussola dell'agire umano, e da una Politica "irresponsabile", il Paese non è più in grado di pretendere e ottenere le dimissioni di un parlamentare o di un amministratore pubblico in nome di qualcosa di diverso che non sia un avviso di garanzia o una sentenza di condanna. O di distinguere, come nel caso di ieri, il fallimento del lavoro di una Procura della Repubblica dal diritto a una riabilitazione politica postuma per fatti che non sono mai stati revocati in dubbio. È una maledizione per sottrarsi alla quale servirebbe coraggio. Da parte di tutti. Ma se ne vede poco. Più semplice continuare a combattere o a far finta di combattere una battaglia cominciata trent'anni fa che dichiari di avere a cuore "la giustizia".