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Il confine della democrazia

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La visita di Biden a Kiev come quelle di Kennedy a Berlino e di Reagan al Muro di Berlino. Il sostegno americano a Zelensky "finché sarà necessario"
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Sessant'anni dopo John Kennedy dal municipio di Berlino ("Io sono berlinese"), trentasei anni dopo Ronald Reagan davanti al Muro che segnava la spartizione dell'Europa ("Signor Gorbaciov, tiri giù questo muro"), un presidente americano è andato sulla linea di demarcazione tra democrazia e autocrazia per farsi garante dei valori atlantici e occidentali, di cui gli Stati Uniti sono sempre stati il Paese-guida nei momenti dei grandi conflitti.


Con la sua visita a sorpresa, accuratamente calendarizzata alla vigilia del primo anniversario dell'invasione russa dell'Ucraina e nel giorno in cui si commemorano le vittime d…

Sessant'anni dopo John Kennedy dal municipio di Berlino ("Io sono berlinese"), trentasei anni dopo Ronald Reagan davanti al Muro che segnava la spartizione dell'Europa ("Signor Gorbaciov, tiri giù questo muro"), un presidente americano è andato sulla linea di demarcazione tra democrazia e autocrazia per farsi garante dei valori atlantici e occidentali, di cui gli Stati Uniti sono sempre stati il Paese-guida nei momenti dei grandi conflitti.


Con la sua visita a sorpresa, accuratamente calendarizzata alla vigilia del primo anniversario dell'invasione russa dell'Ucraina e nel giorno in cui si commemorano le vittime dell'Euromaidan - le manifestazioni che segnarono nel 2014 il definitivo taglio del cordone ombelicale che ancora legava Kiev a Mosca - Joe Biden ha lanciato a Vladimir Putin un monito e una sfida. Gli ha ricordato che, dopo un anno di bombe e di feroci combattimenti, "Kiev è ancora in piedi" e, dunque, "la democrazia è ancora in piedi". E lo ha avvertito che l'America starà con l'Ucraina "as long as it takes", per quanto sarà necessario.

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Non è stata soltanto una visita di alto significato simbolico, legata alle ricorrenze, quella di Biden a Kiev. Perché nel primo anniversario di quella che Putin si ostina a chiamare grottescamente "operazione militare speciale", la coalizione di Paesi che sostiene l'Ucraina deve confrontarsi con un interrogativo cruciale e drammatico. Cioè, come ha scritto domenica Jurgen Habermas sul nostro giornale, se l'obiettivo è vincere la guerra o non perderla. In altre parole, se l'Occidente deve continuare ad armare l'Ucraina, con un'escalation nella qualità degli aiuti militari, finché non avrà riconquistato tutti i territori occupati dai russi. O se, invece, dovrà, a un certo punto, spingere Zelensky a un armistizio e a un eventuale negoziato, in cui qualche compromesso sarebbe inevitabile.


Ieri il presidente ucraino, dopo il colloquio con Biden, si è mostrato fiducioso e ottimista che "il 2023 sarà l'anno della vittoria". Ma il presidente americano ha in qualche modo delimitato il perimetro, non temporale ma qualitativo, del "as long as it takes". Non soltanto ha fatto segnalare in anticipo a Mosca la sua visita per evitare tragici equivoci (un segno che comunque lo storico "telefono rosso" tra Casa Bianca e Cremlino, anche se fisicamente disattivato, è politicamente ancora in funzione), ma ha anche evitato di impegnarsi con Zelensky sulla fornitura di armi che potrebbero portare il conflitto al di là di quella linea rossa il cui superamento varrebbe un rischio elevatissimo di terza guerra mondiale. Anche perché il presidente americano, da vecchio praticante dei corridoi del Congresso, sa che il sostegno dei repubblicani a ulteriori aiuti militari all'Ucraina non è scontato. E gli stessi ambienti militari, per bocca del capo di stato maggiore Mark Milley, lo hanno avvertito che "è molto, molto difficile per l'Ucraina quest'anno scacciare i russi da ogni metro di Ucraina da loro occupata" (così Milley in una recente intervista al Financial Times).


E Biden, nell'altra tappa del suo tour europeo, quella di Varsavia, dovrà trovare una risposta a un altro interrogativo cruciale che è stato posto proprio dal presidente polacco Andrzej Duda, diventato il capofila dei sostenitori di Zelensky "senza se, senza ma" sulla qualità degli armamenti, oltre che senza limiti di tempo. Quali garanzie dare per il dopoguerra all'Ucraina? Sembra una domanda prematura, ma in realtà è un modo per dare al presidente ucraino un sostanziale senso di appartenenza alla comunità occidentale (l'Unione europea e/o la Nato), che per il momento non può avere sul piano formale. E sarebbe anche anche una sorta di risarcimento a Kiev per quella che può ben essere definita la beffa del Memorandum di Budapest del 1994. Quando l'Ucraina fu convinta a cedere le armi atomiche, che vi erano state posizionate ai tempi sovietici, in cambio dell'impegno di non essere attaccata sottoscritto dall'Inghilterra, dagli Stati Uniti e dalla stessa Russia (allora guidata da Eltsin).


Secondo il segretario generale della Nato Rasmussen, che ha lavorato a una proposta per la sicurezza dell'Ucraina con Andriy Yermak, il capo dello staff di Zelensky, la soluzione potrebbe essere una sorta di estensione dell'articolo 5 della Nato (che prevede la risposta collettiva degli alleati in caso di attacco a uno dei Paesi membri). Ma sembra un gioco di destrezza che potrebbe far arricciare il naso ad alcuni europei. Oggi capiremo che cosa ne pensa Biden e come intende declinare quel "as long as it takes" diventato il marchio di fabbrica della sua visita a Kiev. Il presidente americano parlerà nel pomeriggio dopo che Putin avrà parlato alla Duma, il Parlamento russo. Un'altra coincidenza non casuale. E, da una parte e dell'altra, non sarà soltanto un'esibizione di virtù oratorie.