Se solo si fosse potuto incaricare il ministro dell’Istruzione, Yoav Kisch, di scrivere cento volte: “La Biblioteca Nazionale deve essere lasciata fuori dal mercato della politica”, forse avrebbe capito il significato della sua ostile appropriazione dei beni inalienabili del popolo ebraico e dello stato di Israele.
In Israele — come in altri paesi — ci sono sempre stati tentativi da parte dei politici di impadronirsi della cultura e dell’arte, ma sembra che questo gesto non sia mai stato fatto in Israele in modo così palese, così predatorio. Vendetta è il nome del gioco, lo si può percepire nei vari fronti dell’attuale sovvertimento dello Stato, e in modo particolarmente esplicito nella lotta per il controllo della biblioteca.
È tutto così chiaro, volgare e ha la bava alla bocca. Si può anche sentire il segreto bisogno di una vendetta strana e perversa su coloro — su di noi — per i q…
Se solo si fosse potuto incaricare il ministro dell’Istruzione, Yoav Kisch, di scrivere cento volte: “La Biblioteca Nazionale deve essere lasciata fuori dal mercato della politica”, forse avrebbe capito il significato della sua ostile appropriazione dei beni inalienabili del popolo ebraico e dello stato di Israele.
In Israele — come in altri paesi — ci sono sempre stati tentativi da parte dei politici di impadronirsi della cultura e dell’arte, ma sembra che questo gesto non sia mai stato fatto in Israele in modo così palese, così predatorio. Vendetta è il nome del gioco, lo si può percepire nei vari fronti dell’attuale sovvertimento dello Stato, e in modo particolarmente esplicito nella lotta per il controllo della biblioteca.
È tutto così chiaro, volgare e ha la bava alla bocca. Si può anche sentire il segreto bisogno di una vendetta strana e perversa su coloro — su di noi — per i quali la Biblioteca Nazionale di Israele era una sorta di casa; ché gli scritti che la riempiono sono, ai nostri occhi, il fondamento della nostra esistenza, nulla di meno. Persone di destra e di sinistra, affamate e assetate di sapere, figli di poveri da cui verrà l’insegnamento, accademiche e autodidatti, studenti rabbinici, scrittrici e poeti in boccio, giornaliste e storici — la biblioteca è il luogo dove siamo tutti privilegiati allo stesso modo: tutti possiamo toccare le radici della nostra memoria e identità come individui, come popolo.
Ed è questo posto — una delle meraviglie del ritorno del popolo di Israele alla sua terra - che il ministro trasforma in una parte della suo “commercio” piccino, al dettaglio. E così, apparentemente senza pensare seriamente al significato di quest’atto e all’eco che risveglierà nel paese e nel mondo, parcellizza la grande visione che ha generato questa biblioteca, che cura anche collezioni e archivi islamici rari, e soprattutto l’oceano di conoscenza e creazione e pensiero dell’ebraismo e dell’israelianità.
La nostra storia, irripetibile.
E il ministro Kisch fa tutto in fretta. Precipitosamente, nello stesso modo in viene condotto anche il processo di conversione forzata del sistema giudiziario. Per un fraintendimento di quello che è l’essenza di cose che nessuno dovrebbe danneggiare. Che hanno valore e non hanno prezzo. Che non dovrebbero essere sottoposte alle considerazioni della meschinità, della politica da mercanti.
Anche questo significa cultura, signor Ministro dell’Istruzione. Un milione e mezzo di studenti sentono in continuazione messaggi contro la violenza. Ora la osservano e vedono cosa sta facendo, e come lo sta facendo. È anche questo il volto della violenza.
Ma è proprio grazie all’immensa importanza simbolica della biblioteca che lei, ministro Kisch, può ora abbandonare il suo piano senza che il suo onore ne abbia a soffrire. Al contrario: rinunciare a questo passo e riconoscere i valori che la biblioteca rappresenta, valori eterni e assoluti — e condivisi dalla maggior parte degli israeliani — può segnare l’inizio di una nuova fase, una fase di guarigione, in cui comincerà a fermarsi la lacerazione del popolo in Israele.
Traduzione di Yael Artom