Bola Ahmed Tinubu, il Padrino della Nigeria
di Michele Valensise , di Michele ValensiseLo chiamano il Padrino, ma la sua famiglia non ha radici siciliane. Il suo nome è Bola Ahmed Tinubu, è nigeriano, ex governatore di Lagos e da ieri (mercoledì 1 marzo) presidente eletto della Nigeria, dopo un voto contestato dall'opposizione per irregolarità e intimidazioni e criticato da alcuni osservatori internazionali.
Tinubu arriva al vertice del Paese più popoloso dell'Africa (215 milioni di abitanti, un sesto della popolazione del continente, una galoppante crescita demografica del 2,5%) con il sostegno del partito di governo, All Progressives Congress, e l'immagine di una certa spregiudicatezza, per le voci di corruzione e l'origine incerta della sua consistente ricchezza personale.
"Adesso è il mio turno", aveva ripetuto con decisione il neo-presidente in campagna elettorale puntando dritto alla vittoria. I suoi avversari, Atiku Abubakar del People's Democratic Party e Peter Obi del Labour, si sono ferm…
Lo chiamano il Padrino, ma la sua famiglia non ha radici siciliane. Il suo nome è Bola Ahmed Tinubu, è nigeriano, ex governatore di Lagos e da ieri (mercoledì 1 marzo) presidente eletto della Nigeria, dopo un voto contestato dall'opposizione per irregolarità e intimidazioni e criticato da alcuni osservatori internazionali.
Tinubu arriva al vertice del Paese più popoloso dell'Africa (215 milioni di abitanti, un sesto della popolazione del continente, una galoppante crescita demografica del 2,5%) con il sostegno del partito di governo, All Progressives Congress, e l'immagine di una certa spregiudicatezza, per le voci di corruzione e l'origine incerta della sua consistente ricchezza personale.
"Adesso è il mio turno", aveva ripetuto con decisione il neo-presidente in campagna elettorale puntando dritto alla vittoria. I suoi avversari, Atiku Abubakar del People's Democratic Party e Peter Obi del Labour, si sono fermati rispettivamente al 29% e 25% dei voti, mentre il vincitore ha avuto il 37% dei consensi. L'affluenza alle urne non è andata oltre il 27% degli elettori registrati, in calo rispetto all'ultima elezione.
"È la migliore persona per quell'incarico", dice del neo-eletto Tinubu il capo dello Stato uscente, Muhammadu Buhari, e fa appello all'unità dei nigeriani. Lo deve confortare che il voto del 25 febbraio, al di là degli inconvenienti denunciati, in fondo abbia rafforzato il processo democratico avviato in Nigeria nel 1999, alla fine del regime militare, con elezioni ogni quattro anni.
Problemi tecnici, falle organizzative e incidenti ai seggi hanno in effetti appesantito l'atmosfera. L'opposizione non si dà per vinta e annuncia ricorsi per irregolarità e conteggi fraudolenti delle schede a favore del candidato governativo: d'altra parte, contestazioni legali del responso delle urne e richieste di nuove elezioni non sono una novità in Africa.
In Nigeria le difficoltà vengono anche dalle grandi distanze e dalle infrastrutture carenti. I seguaci degli sconfitti manifestano in piazza la loro contrarietà, finora senza scontri frontali. Ad alimentarla, insieme alle accuse di scarsa trasparenza, ci sono i nodi cruciali del gigante africano, congiuntura economica pesante (22% di inflazione, prezzi degli alimentari ai massimi storici, manomissioni di impianti petroliferi e altro), divario Nord-Sud, divisioni religiose, radicamento del terrorismo islamico, che minaccia cristiani e musulmani.
È comprensibile che la frustrazione si traduca in una minore partecipazione al voto, che in molti la fiducia nelle elezioni si affievolisca, che il contesto scoraggi e dia adito a critiche come quelle degli osservatori africani guidati dall'ex presidente del Malawi, Joyce Banda, nonostante le rassicurazioni della Independent National Electoral Commission nigeriana sulla regolarità di massima delle operazioni di voto.
Eppure, anche con le possibili critiche, quanto è avvenuto in questi giorni nel più grande Paese africano non va sottovalutato. Testimonia la volontà, tra mille difficoltà, di coltivare l'embrione di una giovane democrazia, fatta di confronto tra governo e opposizione, certo adattandola alle condizioni locali e non a parametri solo teorici, ma senza lasciarsi irretire dai fautori delle vecchie scorciatoie degli autocrati in uniforme.
Gli uomini soli al comando, che piacciono tanto a Mosca e Pechino, non sono la risposta scontata alle sfide dell'Africa. L'Europa ormai dovrebbe riconoscerlo con coraggio e agire, subito, per disegnare insieme all'Africa una strategia di sviluppo solidale nell'interesse comune. E l'Italia avrebbe tutti i titoli per proporre idee e programmi lungimiranti.