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Se perdiamo le parole

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Las trage di Cutro e la responsabilità del governo per il fallimento politico. Da Mattarella un segnale di speranza nell'afasia della società italiana davanti al dramma dei migranti
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A scanso di equivoci, dico subito che Giorgia Meloni, il suo governo e i suoi ministri, non sono responsabili della strage di domenica mattina davanti alle coste calabresi; ma sono responsabili, certo, di un comportamento qualificabile come omissione di soccorso e di un irreparabile fallimento politico.
Già, a poche ore dal naufragio, la premier e il ministro dell'Interno dichiaravano che l'unica soluzione, per evitare simili eventi, è "fermare le partenze". Cadono le braccia perché, seriamente, c'è da credere che questi non sappiano quello che fanno. E non sanno quello che dicono.


Le persone perite nel naufragio provenivano, in gran parte, da Siria, Afghanistan, Pakistan, Iran, Somalia e Palestina. Quasi tutte zone di guerra: di guerra lunga e di guerra feroce. Bisognava "fermarle" là, in quelle terre martoriate, per costringerle a continuare la loro esistenza tra eccidi e bombardamenti, stupri di massa e schiav…

A scanso di equivoci, dico subito che Giorgia Meloni, il suo governo e i suoi ministri, non sono responsabili della strage di domenica mattina davanti alle coste calabresi; ma sono responsabili, certo, di un comportamento qualificabile come omissione di soccorso e di un irreparabile fallimento politico.
Già, a poche ore dal naufragio, la premier e il ministro dell'Interno dichiaravano che l'unica soluzione, per evitare simili eventi, è "fermare le partenze". Cadono le braccia perché, seriamente, c'è da credere che questi non sappiano quello che fanno. E non sanno quello che dicono.


Le persone perite nel naufragio provenivano, in gran parte, da Siria, Afghanistan, Pakistan, Iran, Somalia e Palestina. Quasi tutte zone di guerra: di guerra lunga e di guerra feroce. Bisognava "fermarle" là, in quelle terre martoriate, per costringerle a continuare la loro esistenza tra eccidi e bombardamenti, stupri di massa e schiavitù? Su quale testo della Costituzione hanno giurato quei ministri che sprezzano a tal punto il diritto d'asilo, tra i fondamenti essenziali della nostra civiltà giuridica?
Poi vedremo di che pasta è fatta l'opposizione parlamentare e cosa riuscirà a mettere in campo.

E noi? Da qualche decennio, il mio principale mestiere è quello, pressappoco, di agitatore politico. Dico così perché il mio prevalente lavoro, in Parlamento e fuori, è stato quello di prendere parte a campagne di mobilitazione dell'opinione pubblica su questioni relative all'affermazione di diritti, garanzie e libertà. Con alterna e, in genere, modesta fortuna, ma con effetti certi di maggiore conoscenza e di maggiore consapevolezza.
Oggi ricevo una telefonata da Franco Ippolito, fine giurista, che mi chiede "che facciamo?" e Goffredo Fofi, scrittore e critico, mi domanda se non si debba promuovere uno sciopero della fame. E io non so cosa rispondere loro. Poi mi guardo intorno e mi accorgo che i più anziani di me, i Grandi Vecchi, stimati e ben voluti, come Corrado Augias, Dacia Maraini, Claudio Magris, Luigi Ferrajoli, Chiara Saraceno, Marco Bellocchio o altri, non trovano le "parole per dirlo". E mi accorgo, ancora, che non ci sono cento docenti universitari, o più o meno, che la prossima settimana terranno una lezione su "crisi umanitaria e responsabilità morale" e mille insegnanti, o più o meno, che daranno ai loro studenti un elaborato su "movimenti umani e diritto d'asilo". E nemmeno leggo della decisione dei sindacati confederali di invitare a destinare un'ora di salari e stipendi per l'accoglienza dei sopravvissuti e per inviare le bare dei morti nei paesi di provenienza. Non c'è stata, d'altra parte, alcuna compagnia teatrale che abbia dedicato i primi tre minuti dello spettacolo al naufragio di Cutro e nessuna orchestra che lo abbia fatto. E nessun giornale, nessun ordine religioso o squadra di calcio che abbia adottato un distintivo, un logo, un segno di lutto.


Insomma, è come se - al di là dell'emozione vissuta nella sfera più intima - non sia possibile alcun segnale, alcuna manifestazione, alcun messaggio di condivisione. Una Gigantesca Afasia. Alcune cause sono rintracciabili in quel dolore sociale talmente diffuso e intenso da rendere impervia qualsiasi empatia con la sofferenza altrui; e in quella tendenza all'assuefazione che rende ordinario, fino a banalizzarlo, il senso stesso della tragedia. Ma c'è, poi, la nostra - di intellettuali, comunicatori, giornalisti, insegnanti, artisti... - incapacità di parola (dovuta anche al fatto di aver sproloquiato fin troppo in passato) e il suono falso della nostra lingua. Certo, emergono anche tracce in controtendenza: l'accoglienza della gente comune calabrese verso il Capo dello Stato, qualche sommovimento negli orientamenti collettivi, anche di parte moderata, il manifestarsi di una pietas che ci parla di un dolore profondo e profondamente sentito. Ma è troppo presto per dire se tutto questo sarà capace di rompere un silenzio che sembra riguardare l'intera società e tutte le generazioni.


Come mai in passato, si avverte una distanza profonda, e in apparenza incolmabile, tra le aspettative di milioni di giovani, già calati nel futuro, e la loro difficoltà nel comunicare quelle attese, nel tradurle in parole, atti, movimenti. Ciò non si deve a povertà intellettuale e sprovvedutezza culturale, bensì a insicurezza psicologica e a qualcosa di simile a crisi di panico. E questo rende terribilmente difficile, per le giovani generazioni, manifestare emozioni forti pur davanti a enormi drammi che indubbiamente le coinvolgono. E noi, adulti, anziani e vecchi non riusciamo a proporre alcuna forma di mediazione linguistica. A queste generazioni, le più attrezzate intellettualmente e scientificamente della storia umana, l'anziano agitatore politico è incapace di parlare perché privo di uno straccio di linguaggio comune. Non solo: sembra che nessuno nemmeno tenti di apprendere il loro alfabeto e la loro sintassi. Non le chiese, non i partiti politici, non l'arte e la cultura. Solo l'universo delle interazioni virtuali e la dimensione della performance e dell'istantaneo paiono riflettere il mondo sentimentale e cognitivo di questa gioventù, dove le tragedie arrivano, eccome, perché sono più violente di qualunque linguaggio separato. Ma da dove non ritornano a noi perché la nostra lingua invecchiata non offre più alcuna risorsa e alcuno scampo. L'agitatore politico chiede, sommessamente e rispettosamente, ai giovani e agli studenti di manifestare in qualche modo il loro lutto, il loro sdegno, la loro partecipazione emotiva, ma sa che molto difficilmente ciò potrà accadere. Non è questa, tuttavia, una ragione sufficiente per non provarci ancora.