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Se Pechino sceglie i falchi

Le dure parole del ministro degli Esteri cinese sull'Occidente allargato e contro gli Usa sembrano segnare la vicinanza del regime a Mosca
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Dopo una prolungata ambiguità la Cina sembra aver fatto una scelta di campo nello scontro tra la Russia di Putin e l'"Occidente allargato" guidato da Biden. Il durissimo attacco agli Stati Uniti del nuovo ministro degli Esteri Qin Gang indica che i falchi dettano ora la linea nella nomenklatura selezionata da Xi Jinping per servirlo nel potere imperiale conferitogli a ottobre dal XX congresso del partito comunista.


Ma era stato lo stesso Xi a indicare la strada parlando il giorno prima a un gruppo di uomini d'affari privati (ma, beninteso, inquadrati nei ranghi del partito) ai margini dell'Assemblea Nazionale del Popolo. In un'inco…

Dopo una prolungata ambiguità la Cina sembra aver fatto una scelta di campo nello scontro tra la Russia di Putin e l'"Occidente allargato" guidato da Biden. Il durissimo attacco agli Stati Uniti del nuovo ministro degli Esteri Qin Gang indica che i falchi dettano ora la linea nella nomenklatura selezionata da Xi Jinping per servirlo nel potere imperiale conferitogli a ottobre dal XX congresso del partito comunista.


Ma era stato lo stesso Xi a indicare la strada parlando il giorno prima a un gruppo di uomini d'affari privati (ma, beninteso, inquadrati nei ranghi del partito) ai margini dell'Assemblea Nazionale del Popolo. In un'inconsueta requisitoria esplicitamente diretta contro gli Stati Uniti, il leader cinese aveva accusato l'"Occidente guidato dagli Usa" di perseguire una politica di "contenimento, accerchiamento e sopressione della Cina". Secondo l'interpretazione più ottimistica il discorso potrebbe essere stato a uso interno, destinato alla comunità economico-finanziaria scossa dalla sparizione di un banchiere del settore dell'alta tecnologia (ultima misteriosa vicenda di un'ormai lunga serie che ha colpito gli oligarchi cinesi non sufficientemente "osservanti"). A sostegno di questa tesi ci sarebbe il fatto che il discorso di Xi è stato pubblicato con grande risalto nella prima pagina del Quotidiano del Popolo, ma la parte sugli Stati Uniti è stata omessa nella versione inglese dello stesso articolo diffusa dall'agenzia ufficiale Xinhua.


Ma sembra assai più probabile che Xi Jinping abbia deciso che lo spirito di Bali, nato sull'onda dell'incontro bilaterale con Biden nel quadro del G20 a novembre, sia svanito. La visita cancellata del segretario di Stato Blinken (prevista appunto nel comunicato di Bali) in seguito all'incidente del pallone cinese abbattuto dai caccia americani, gli insistiti moniti di Biden perché Pechino non fornisca armi alla Russia, l'inasprimento delle sanzioni e del controllo delle esportazioni da parte Usa sembrano aver fatto oscillare il pendolo cinese più nettamente e apertamente dalla parte di Mosca. Neppure la decisione di tenere l'incontro tra la presidente taiwanese Tsai Ing-wen e lo speaker della Camera Kevin McCarthy in California, anziché a Taiwan come previsto, proprio per evitare l'ira di Pechino (come era accaduto per la visita di Nancy Pelosi) ha calmato Xi Jinping. Taiwan resta la "prima linea rossa da non oltrepassare", ha ammonito ieri Qin Gang. E il rischio di un attacco nel 2027, come ha fatto filtrare la Casa Bianca, si fa sempre più temibile: è la famosa "trappola di Tucidide" (lo scontro inevitabile tra la potenza dominante e quella emergente) che incombe come una catastrofica minaccia sull'Estremo Oriente, ma anche sul mondo intero.


Oggi, però, bisogna concentrarsi sull'Ucraina perché quella sembra essere l'attuale scelta di campo dei falchi di Pechino. Negli ultimi mesi la Cina aveva evitato di essere troppo esplicita su quella che peraltro non ha mai chiamato guerra, al più "crisi". Ma Qin Gang stavolta non ha lasciato molti margini di dubbio sul fatto che Xi abbia deciso di rilanciare quell'"amicizia senza limiti", che aveva sancito il suo incontro con Putin tre settimane prima dell'invasione dell'Ucraina, e di andare "a mani unite" nella costruzione di "un sistema internazionale più democratico". E questo, è la minaccia sottintesa, potrebbe volere dire anche violare il tabù della fornitura di armi alla Russia. "Perché chiedere di non dare armi alla Russia e darle a Taiwan?", è stata la domanda retorica di Qin nella conferenza stampa. La visita a Pechino, il mese scorso, del presidente iraniano Ebrahim Raisi ha fatto drizzare molte orecchie: l'Iran potrebbe essere il canale segreto per far arrivare forniture militari cinesi all'Armata russa.


Xi sa benissimo che la questione delle armi alla Russia è per la Casa Bianca una "linea rossa da non oltrepassare" quanto Taiwan lo è per Pechino. Ma il leader cinese potrebbe aver deciso che non può permettersi di correre il rischio che la Russia sia sconfitta. Se Putin fosse defenestrato, Xi perderebbe un alleato di cui ha il controllo economico, un partner che diventerebbe ancora più junior con la fornitura di armi. E le intemperanze del'ex "cuoco" Prigozhin, padrone dei mercenari della Wagner in prima linea a Bakhmut, sembrano indicare che non tutto è tranquillo dietro le mura di mattoni rossi del Cremlino. Ma anche nel caso che Putin restasse a capo di una Russia sconfitta e umiliata, quindi fortemente indebolita come potenza militare, Xi potrebbe temere di diventare l'unico obiettivo del containement americano, che si concentrerebbe totalmente anche in termini di alleanze sull'Indo-Pacifico.


Per questo la svolta decisa indicata dal durissimo discorso del ministro degli Esteri cinesi allarma gli Stati Uniti e tutta la coalizione che sostiene l'Ucraina. Perché, come ha scritto sul Financial Times Zhou Bo, un esperto militare cinese, "se Pechino prende le parti di Mosca nel conflitto, allora siamo all'alba della terza guerra mondiale".