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Il ministro irresponsabile

Perché Piantedosi non può più restare al Viminale
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Avrebbe dovuto solo chiedere scusa. Sarebbe bastato, forse, per riconquistare un briciolo di credibilità. E in fondo di dignità: politica e personale. Il ministro della salvezza mancata avrebbe potuto ammettere che qualcosa non ha funzionato, nella catena di comando, in quella maledetta notte del 25 febbraio. Che le operazioni di soccorso non sono partite in tempo perché è stato sottovalutato il pericolo che stavano correndo i centocinquanta disperati in balia delle onde. Un errore: drammaticamente grave, ma un errore. Può commetterlo anche il più abile dei "questurini", come ama definirsi "con orgoglio" il capo del Viminale Matteo Piantedosi.


Giusto un'ammissione contrita e "pentita" avrebbe potuto far cadere la richiesta di dimissioni avanzata dalle opposizioni, Elly Schlein in testa.
E invece il ministro più sovranista e populista e salviniano del suo stesso dante causa Matteo Salvini si &egrav…

Avrebbe dovuto solo chiedere scusa. Sarebbe bastato, forse, per riconquistare un briciolo di credibilità. E in fondo di dignità: politica e personale. Il ministro della salvezza mancata avrebbe potuto ammettere che qualcosa non ha funzionato, nella catena di comando, in quella maledetta notte del 25 febbraio. Che le operazioni di soccorso non sono partite in tempo perché è stato sottovalutato il pericolo che stavano correndo i centocinquanta disperati in balia delle onde. Un errore: drammaticamente grave, ma un errore. Può commetterlo anche il più abile dei "questurini", come ama definirsi "con orgoglio" il capo del Viminale Matteo Piantedosi.


Giusto un'ammissione contrita e "pentita" avrebbe potuto far cadere la richiesta di dimissioni avanzata dalle opposizioni, Elly Schlein in testa.
E invece il ministro più sovranista e populista e salviniano del suo stesso dante causa Matteo Salvini si è presentato al cospetto delle Camere con una pietosa lista dei morti e dei ripescati. Soprattutto ha finito con l'aggravare la sua posizione e le sue responsabilità dichiarando il falso. Sostiene infatti il "secondo Matteo" che l'allarme per il caicco è arrivato alle 4 del mattino. Negando l'alert di Frontex delle 23 della notte precedente e dunque il fatto inoppugnabile che proprio dopo quel messaggio si sono mosse le motovedette della Guardia di Finanza. Fa finta di non ricordare, l'ex prefetto, che per via delle impervie condizioni del mare l'imbarcazione militare è dovuta tornare in porto. Dunque, le strutture preposte alla vigilanza erano a conoscenza dell'esistenza di un natante in mare con gente a bordo e che le condizioni meteo volgevano al peggio. Ma lo hanno ignorato. Nella notte più buia, lo Stato italiano ha voltato lo sguardo dall'altra parte.


Il governo prova a correre ai ripari con il Consiglio dei ministri di domani a Cutro, di fronte alla spiaggia della tragedia che è costata la vita a settanta persone, l'ultima una bambina di tre anni, irriconoscibile. Giovedì, cioè dodici giorni dopo: troppo comodo, troppo tardi. Per tutto. C'è giusto il tempo per seppellire con pietà i morti accusati dal ministro Piantedosi di aver osato la traversata mettendo a rischio se stessi e i loro figli.


Quello scaricabarile è stato vigliacco. Almeno quanto è stato comodo puntare l'indice solo sugli scafisti. "Il governo va indagato per strage colposa", ha intimato una Giorgia Meloni d'opposizione nel lontano 2015, sotto il governo Renzi, dopo un altro drammatico naufragio. Lo ha ricordato ieri Giuseppe Provenzano nel suo intervento, il più incisivo del dibattito, al fianco della segretaria Schlein. Ripeterlo sarebbe un facile spot, buono per un titolo a effetto. Invece di quella notte vogliamo e dovremo sapere tutto, anche attraverso l'indagine che si è appena aperta. Chi ha impedito che le motovedette italiane raggiungessero il caicco prima che il mare montasse? Chi ha deciso che le motovedette dovessero rientrare in porto per non uscirne più? Quali colloqui sono intercorsi tra i responsabili della catena di comando? E chi sono quei "responsabili"?


Forse l'inchiesta aiuterà a comprenderlo e a raggiungere una qualche verità giudiziaria. La verità è che per ricostruire il corollario di responsabilità politiche nella gestione delle tante emergenze migranti sarebbe necessario riascoltare o rileggere, ad esempio, tutto quel che si sono detti e scritti dal 2018 al 2019 l'allora ministro dell'Interno Salvini e il suo capo di gabinetto d'allora, Piantedosi. E poi le comunicazioni che sono intercorse tra i due in questi primi cinque mesi da colleghi di governo. Ipotesi irrealistica.


Di reale, molto reale, c'è che il capo del Viminale porta sulla sua coscienza anche lo scandalo ultimo del ricovero dei sopravvissuti nel tugurio del Cara di Crotone. Altra storia di dignità perduta, denunciata ieri da questo giornale e terminata solo dopo la pubblicazione della notizia e delle agghiaccianti foto: anche lì, la toppa è arrivata troppo tardi.
Ecco, solo mettendo insieme tutte le tessere del mosaico della vergogna si comprende come e perché Piantedosi - al di là delle solidarietà di circostanza - ieri è stato lasciato da solo, ai banchi dell'esecutivo di Montecitorio. Dalla premier Meloni, ormai sempre più distinta e distante, ma anche dal suo leader di riferimento Salvini. Sono quelle sedie vuote, ancor prima e ancor più del legittimo atto d'accusa delle opposizioni, a invocare le sue dimissioni. Piantedosi è un ministro che ormai imbarazza perfino il governo del quale fa parte.
Mozione o no, in una democrazia sana ce ne sarebbe abbastanza perché il premier chiedesse - o il diretto interessato facesse - un dignitoso passo indietro.