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Il ministro sconfessato

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Il richiamo di Mattarella sulla strage di Cutro è una risposta a Piantedosi che aveva detto: "I profughi non devono partire"
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La gran parte dei migranti morti a poche decine di metri dalla costa italiana erano afghani, in fuga da un Paese abbandonato dall'Occidente nelle mani di un regime settario e feroce. Non è un caso quindi se il presidente Mattarella, nel discorso pronunciato davanti ai professori e agli studenti dell'università della Basilicata, abbia fatto un preciso riferimento proprio all'Afghanistan, chiamando quei morti con la parola più adatta a descrivere la loro condizione: "profughi". A cui la Costituzione italiana, di cui il capo dello Stato è supremo garante, offre una protezione totale all'articolo 10, in quella prima parte della Carta dove sono scolpiti i diritti fondamentali.


Precisare che quei morti avrebbero avuto in Italia diritto d'asilo non è scontato né banale, soprattutto se il Presidente scandisce queste parole alla vigilia della relazione del ministro Piantedosi davanti al Parlamento e prima che il gove…

La gran parte dei migranti morti a poche decine di metri dalla costa italiana erano afghani, in fuga da un Paese abbandonato dall'Occidente nelle mani di un regime settario e feroce. Non è un caso quindi se il presidente Mattarella, nel discorso pronunciato davanti ai professori e agli studenti dell'università della Basilicata, abbia fatto un preciso riferimento proprio all'Afghanistan, chiamando quei morti con la parola più adatta a descrivere la loro condizione: "profughi". A cui la Costituzione italiana, di cui il capo dello Stato è supremo garante, offre una protezione totale all'articolo 10, in quella prima parte della Carta dove sono scolpiti i diritti fondamentali.


Precisare che quei morti avrebbero avuto in Italia diritto d'asilo non è scontato né banale, soprattutto se il Presidente scandisce queste parole alla vigilia della relazione del ministro Piantedosi davanti al Parlamento e prima che il governo si riunisca eccezionalmente a Cutro giovedì. Il messaggio che arriva dal Quirinale è tutto politico e suona come un'implicita sconfessione delle parole inaccettabili con cui Piantedosi aveva colpevolizzato le vittime della strage del mare, perché secondo il ministro dell'Interno "la disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo le vite dei propri figli". Mattarella ribalta questa visione cinica e offre, proprio in quel Mezzogiorno d'Italia che vide milioni dei suoi figli partire come migranti, uno sguardo inclusivo e umano verso quella disperazione. E ricorda, al contrario, la loro "sofferenza", quella di "persone che non vedono un futuro" nel loro Paese e provano legittimamente a cercare "un avvenire altrove". Non con leggerezza, non per divertimento, di certo consapevoli dei rischi per se stessi e per i loro figli, ma a tal punto disperati da non concepire una strada alternativa.


Ora, in un Paese normale, dopo una lezione costituzionale impartita direttamente dal capo dello Stato, il ministro chiamato in causa dovrebbe avere la sensibilità politica di trarne da solo le conseguenze. Ma questo non avverrà. Si spera che almeno oggi, davanti alle Camere, trovi le parole giuste per rimangiarsi l'oscenità pronunciata a caldo dopo aver visto le bare di quei poveretti allineate in un palazzetto dello sport italiano.


Su questa immane tragedia plana la decisione di Giorgia Meloni, dopo qualche giorno di incertezza e afasia, di convocare un Consiglio dei ministri simbolico proprio a Cutro. Decisione giusta, seppur tardiva. A patto che le decisioni che saranno prese in quell'occasione abbiano come bussola morale le parole di Mattarella, che ha chiaramente indicato una direzione al governo. Quella dell'umanesimo, del considerare i profughi come persone in carne e ossa, padri, madri e figli, e non come un'emergenza o un problema da scansare e gettare nella polemica quotidiana con l'Unione europea o con l'opposizione.


Meloni, quando a Palazzo Chigi governava Renzi, chiese l'incriminazione dell'allora presidente del Consiglio "per il reato di strage colposa" di fronte a un naufragio (avvenuto peraltro in Libia, non in Calabria). Ora che a Palazzo Chigi siede lei, si arrabbia se qualcuno le ricorda le strumentalizzazioni del passato; invece di prendersela con i commentatori, dovrebbe piuttosto guardare più attentamente al problema politico che ha in casa. Perché è chiaro che il ministro Piantedosi non si muove da solo, ma interpreta fedelmente la linea politica del leader di cui è stato capo di gabinetto al Viminale nel primo governo Conte: Matteo Salvini. È sempre più evidente infatti che nel governo si fronteggiano diverse e opposte linee politiche, persino su un tema come quello dell'immigrazione che, negli anni, ha visto le due destre della Lega e di Fratelli d'Italia in un'accesa competizione a chi la sparava più grossa.

Meloni sembra aver capito che con gli slogan non si va lontano e, dopo aver chiuso in un cassetto la fesseria del blocco navale, ha iniziato un necessario e difficile negoziato dei piccoli passi con i partner dell'Unione. Negoziato complicato, giacché l'interesse italiano non si concilia con l'intransigenza sovranista dei Paesi dell'Est Europa e sbatte contro le legittime diffidenze di Francia e Germania nei confronti del nuovo governo. Ma è quella l'unica strada. Tutto il contrario di quanto sta facendo il Carroccio. Scopriamo oggi che quattro giorni dopo il naufragio di Cutro, mentre sulle spiagge calabresi ancora si cercavano i corpi degli affogati, la Lega è riuscita a calendarizzare in commissione alla Camera la proposta di legge - primi firmatari Igor Iezzi e Riccardo Molinari - che sancirebbe il ritorno ai famigerati decreti Salvini, quelli che cancellarono la protezione speciale per i profughi. Norme ammorbidite dal Conte II proprio su sollecitazione del Quirinale. Sembra quasi una provocazione contro il capo dello Stato, ma risulta anche una sfida politica evidente alla premier, a cui Salvini vuole scippare il tema redditizio della propaganda anti-migranti. Meloni si trova così tra Scilla e Cariddi, schiacciata tra il richiamo di Mattarella da una parte e la competizione interna dall'altra. È una difficile prova di leadership proprio su un tema, quello dell'immigrazione, dal quale Meloni forse non si aspettava che sarebbero venuti i problemi politici maggiori per il suo governo.