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8 marzo, il corpo delle donne

Noi ragazze eravamo sopraffatte da un senso di vergogna. Vergogna per come eravamo. La bellezza ci dava valore e quando mancava, perché difforme dalle immagini di copertina, ci sembrava di non valere niente

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Tutti, in quanto esseri umani, abbiamo abitato nel corpo di una donna all'inizio della nostra vita, e da una donna o da una molteplicità di donne nel tempo siamo stati nutriti, cresciuti, educati, curati e persino feriti. Eppure, è nel momento in cui mi sono resa conto che anche il mio corpo, crescendo, sarebbe diventato un corpo di donna che tutto è cambiato, e ho capito che se non mi fossi opposta in qualche modo, da adulta avrei occupato anch'io solo spazi marginali e posizioni periferiche.

Negli anni dell'adolescenza noi ragazze eravamo costantemente sopraffatte da un senso di vergogna. Vergogna per come eravamo: se avevamo i fianchi troppo larghi o troppo stretti, le gambe robuste o sottili, le natiche voluminose o squadrate. Se i nostri seni erano sodi o rilassati, a goccia o a campana, con i capezzoli sciaguratamente rivolti in direzioni opposte, oppure delle dimensioni di una coppa di champagne, come li volevamo tutte.

Anche allora, come oggi, incolpavamo il nostro corpo se non corrispondeva alle figure femminili che vedevamo in televisione e sulle riviste di moda. E poi vergogna per i nasi aquilini, le orecchie sporgenti, i denti all'infuori - cose che nei maschi si notavano meno o non avevano alcuna importanza.

Per noi era diverso: la bellezza ci dava valore e quando mancava, perché difforme dalle immagini di copertina, ci sembrava di non valere niente. Dopo tutto eravamo ragazze di periferia in una città e in un Paese dove, il più delle volte, essere donna significava di per sé occupare spazi periferici.

I compagni di classe ci mettevano i voti quando uscivamo dagli spogliatoi della palestra e cominciavamo a correre in cerchio, sfilando una dopo l'altra in calzoncini corti. "Otto, sette, quattro, zero", dicevano alzando le mani come fossero palette in un concorso di bellezza immaginario. Molte di noi, in quei momenti, avrebbero voluto sparire, altre sorridevano compiaciute per il punteggio raggiunto.

Eppure, a tutte, in qualche modo, quei giudizi sembravano normali - in fondo la società intera ci giudicava per il nostro corpo e ovunque andassimo era lo sguardo dei maschi a darci valore.

Molti anni dopo, a New York, quando mio marito mi lasciò per una donna più giovane ci fu chi disse che, forse, in tutti quegli anni di matrimonio, mi ero dedicata troppo ai figli. E chi, invece, disse che mi ero dedicata troppo al lavoro. Un amico ipotizzò che passare ogni anno un mese in Italia durante le vacanze estive fosse eccessivo. Un'amica mi giudicò una donna troppo forte per un uomo come lui che amava stare al centro dell'attenzione.

Qualcuno mi disse che era un vero peccato che mi avesse lasciata visto che in tutti quegli anni mi ero anche sforzata di rimanere magra. Riposi allora che non mi ero certo mantenuta in forma per lui e che se anche fossi ingrassata il suo comportamento non era giustificabile (mi sorpresi anche che ci fosse ancora bisogno di dirlo).

Quando ero piccola, in Italia, sentivo spesso ripetere l'espressione "non ha saputo tenersi il marito", riferita a persone tradite e in alcuni casi abbandonate dal proprio coniuge - devo dire che a ripeterla erano soprattutto le donne. Non avrei mai pensato che, molti anni dopo, in una metropoli moderna e cosmopolita come New York, i giudizi sulla fine del mio matrimonio non sarebbero stati molto diversi da "non hai saputo tenerti il marito". Allora non sapevo ancora quanto sessismo e quanti pregiudizi, anche inconsapevoli, ruotassero intorno all'abbandono.

Qualche sera fa mia figlia di 15 anni mi ha chiesto cosa avesse fatto la mia generazione per le ragazze della sua. "Non siete certo state voi ad averci dato il diritto al voto e negli anni non siete neppure riuscite a proteggere quello all'aborto". Ha ragione, cosa abbiamo fatto noi per loro, cosa ho fatto io?

Qualche settimana prima un noto giornalista della Cnn (afroamericano e omosessuale e quindi in teoria più sensibile al pregiudizio e alle discriminazioni) aveva detto di Nikki Haley, candidata alle primarie repubblicane, che forse non era più nel pieno degli anni per correre alle elezioni.

E così nel 2023 sono ancora i maschi a sentirsi in diritto di darci o meno valore. E la società dà ancora la colpa ad una donna se invecchia, ingrassa e viene lasciata.

Vorrei dire a mia figlia che per lei le cose andranno diversamente. Vorrei dirle che in Italia fino al 1981 c'erano ancora il matrimonio riparatore e il delitto d'onore, e che fino al 1996, quando io avevo 21 anni, lo stupro veniva ancora considerato un reato contro la morale e non contro la persona. Vorrei dirle che oggi va molto meglio, che persino in Italia abbiamo un primo ministro donna e che donna è anche la leader di uno dei principali partiti d'opposizione.

Ma poi mi ricordo che nel mio Paese viene ancora uccisa una donna ogni tre giorni, che per abortire spesso bisogna cambiare regione, che le donne a parità di funzione guadagnano meno dei maschi, e che nel mondo occidentale quelle magre fanno carriera e guadagnano di più di quelle in sovrappeso (come ha scritto l'Economist).

La speranza non l'ho persa ma ci vorranno ancora molto impegno e tanta determinazione - da parte degli uomini e delle donne - perché le nuove generazioni non debbano vivere la discriminazione che abbiamo vissuto noi.

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