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Meloni, dove porta la sua rete nell'Unione

La premier Meloni con Mark Rutte, premier dei Paesi Bassi 
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A margine dell’incontro di Giorgia Meloni con il premier olandese, Mark Rütte, dai “social” sono riemersi i giudizi che un paio di anni fa la leader di FdI riservava al collega. Non erano lusinghieri. Rütte era qualificato “capo di un paradiso fiscale”, nonché amico di Renzi (e quest’ultima sembrava l’accusa peggiore). Ma sappiamo che in politica non sempre la coerenza è una virtù. Ora tutto è cambiato e Rütte è accolto a Roma come un vecchio amico. Soprattutto come una figura con cui è possibile fare un tratto di strada insieme. E si capisce. L’olandese sa bene che è in corso la tessitura di una trama che nel 2024, ossia tra un anno e mezzo, potrebbe portare i Popolari a stringere un’alleanza con i Conservatori nel prossimo Parlamento di Strasburgo. E quindi a decidere gli equilibri della Commissione, oggi guidata da Ursula Von der Leyen.
Questa notizia non è n…

A margine dell’incontro di Giorgia Meloni con il premier olandese, Mark Rütte, dai “social” sono riemersi i giudizi che un paio di anni fa la leader di FdI riservava al collega. Non erano lusinghieri. Rütte era qualificato “capo di un paradiso fiscale”, nonché amico di Renzi (e quest’ultima sembrava l’accusa peggiore). Ma sappiamo che in politica non sempre la coerenza è una virtù. Ora tutto è cambiato e Rütte è accolto a Roma come un vecchio amico. Soprattutto come una figura con cui è possibile fare un tratto di strada insieme. E si capisce. L’olandese sa bene che è in corso la tessitura di una trama che nel 2024, ossia tra un anno e mezzo, potrebbe portare i Popolari a stringere un’alleanza con i Conservatori nel prossimo Parlamento di Strasburgo. E quindi a decidere gli equilibri della Commissione, oggi guidata da Ursula Von der Leyen.
Questa notizia non è nemmeno più tale perché nei palazzi europei se ne parla da settimane, come pure sui giornali. Il punto è che Rütte, un liberale di centrodestra, vorrebbe evitare d’essere spiazzato. S’intende che non esiste certezza che quel piano vada in porto. Servono una serie di passaggi tutt’altro che scontati, di rapporti in attesa di consolidarsi, di tasselli ben calibrati. Tuttavia anche gli altri hanno i loro problemi. Il fronte socialista rischia di piegarsi sotto i colpi del “Qatargate” e in Germania, dove l’Spd di Scholz è al governo con liberali e verdi, la rivincita dei Popolari è tra le ipotesi accreditate nel prossimo futuro. Intanto la ragnatela la sta tessendo il Popolare bavarese Weber — certo non amico di Von der Leyen — e prevede, appunto, un cambio di alleanze in cui sarebbe cruciale Giorgia Meloni.


Lei da tempo ha capito che per non indebolirsi in Italia, a maggior ragione dopo la tragedia di Cutro, deve tentare una partita ambiziosa in Europa. Ecco allora che la vecchia linea euroscettica viene accantonata. La giovane politica diffidente verso l’Unione diventa sostenitrice accanita dell’euro-atlantismo: il che vuol dire un’Europa che esiste in quanto leale amica degli Stati Uniti, entrambi determinati a contrastare Putin e il suo piano di potere. È all’interno di questo perimetro che Meloni propugna l’europeismo. E si dà una strategia: guidare i Conservatori verso la guida della prossima Commissione, avendo dalla sua i polacchi che a causa della guerra occupano un posto speciale, a differenza degli ungheresi di Orbán. Se il colpo riuscisse, il volto dell’Europa ne sarebbe ridisegnato. Senza contare che il credito guadagnato al tavolo del grande gioco sarebbe speso dalla premier in chiave domestica, con l’obiettivo di acuire la crisi delle sinistre.


Quante probabilità ci sono che il “risiko” abbia successo? Molte cose devono ancora accadere. In primo luogo, i Conservatori europei plaudono all’America di Biden ma il loro interlocutore naturale dovrebbero essere Trump e i suoi amici. I quali peraltro sono su una linea isolazionista rispetto all’Ucraina. A una recente “convention”, dove era presente anche una delegazione di FdI, un vecchio amico di Giorgia Meloni come Bannon ha urlato alla platea: “Volete voi morire per l’Ucraina?”, ottenendo un prevedibile coro di “no”. È una contraddizione da non sottovalutare. In secondo luogo, occorre prestare attenzione alle elezioni in Spagna, alla fine del ‘23. Se vincessero le destre, Meloni avrebbe un’altra freccia al suo arco. In caso contrario la sua manovra perderebbe slancio a sei mesi dal voto europeo. Inoltre c’è da capire chi avrà la meglio nel Ppe: se la destra di Weber ovvero i centristi che disdegnano il patto conservatore e guardano verso socialisti, liberali e magari verdi. Infine c’è la Francia. Macron oggi ha i suoi problemi, ma resta l’avversario numero uno della destra italiana nell’Unione: per ragioni interne, non meno che per una diversa visione del futuro. E Parigi conta.