Caro Direttore, credo che la sinistra in Italia, inaspettamente – ma è così che fa la Storia - stia avendo una grande opportunità; e credo che la nuova e inattesa segretaria del Pd abbia di fronte a sé un’occasione preziosa. La coglierà se sarà capace di riempire di contenuti questa confusa ma vitale voglia di nuovo che si sta levando intorno a lei e che ha raccolto per ora con fiuto e prontezza. Deve avere idee e passione. E soprattutto, deve aver fretta. L’attesa è una cattiva consigliera.
Da questo punto di vista, l’intervento di Carlo Galli su questo giornale ha il grande merito di spostare finalmente la discussione intorno al Pd e ai destini della sinistra che imperversa sui media dall…
Caro Direttore, credo che la sinistra in Italia, inaspettamente – ma è così che fa la Storia - stia avendo una grande opportunità; e credo che la nuova e inattesa segretaria del Pd abbia di fronte a sé un’occasione preziosa. La coglierà se sarà capace di riempire di contenuti questa confusa ma vitale voglia di nuovo che si sta levando intorno a lei e che ha raccolto per ora con fiuto e prontezza. Deve avere idee e passione. E soprattutto, deve aver fretta. L’attesa è una cattiva consigliera.
Da questo punto di vista, l’intervento di Carlo Galli su questo giornale ha il grande merito di spostare finalmente la discussione intorno al Pd e ai destini della sinistra che imperversa sui media dalle questioni solo di tattica e di schieramento ai grandi nodi di cultura e di strategia. Era ora: e non se ne può che essere contenti.
Galli dice – ed è il cuore del suo ragionamento - che la modernità ha un nocciolo riformatore, e che la riforma è una prassi intrinsecamente progressista: ed ha ragione nello stabilire una simile equazione. Si potrebbe andare anche oltre su questa strada, fino a sostenere che l’anima della sinistra è la critica al mondo così com’è, alla vita per come ci è concesso di viverla, ai rapporti economici e di potere che essa esprime; ed è l’impegno per il suo cambiamento. Bene. Ma il problema, ritengo, adesso non è rivendicare la connessione tra modernità e spirito riformatore. È piuttosto chiedersi in che direzione e con quali strumenti un’azione riformatrice possa essere condotta, e soprattutto per realizzare quali fini. In altri termini: può ancora la sinistra lottare per cambiare il mondo? E come deve muoversi, se vuole farlo?
Per cercare di rispondere, la prima cosa è prendere atto della rivoluzione che sta segnando la nostra epoca e sta trasformando in radice le nostre vite. Una rivoluzione della tecnica e del capitale, cioè di due dei tre principali motori della nostra storia; e anche, per conseguenza, una rivoluzione del lavoro, che è il terzo elemento della triade (il lavoro, nella modernità, è esistito non altro che in rapporto alla tecnica e al capitale). Questo radicale mutamento segna una discontinuità senza precedenti. Niente è più come è stato, e niente sarà come è ancora ora.
Ebbene, quanto sta accadendo ha distrutto il contesto culturale e sociale di cui si era nutrita finora la sinistra, in ogni sua versione, e in tutti i paesi non solo dell’Occidente, ma ormai del pianeta. Perché quel contesto ruotava comunque intorno alla contraddizione fra capitale e lavoro produttivo, fra operai e capitale: un conflitto che non esiste più, perché la rivoluzione tecnologica e la connessa ristrutturazione capitalistica hanno fatto semplicemente sparire dalla scena gli operai come classe, e posto fine alle loro battaglie. Questo esito, particolarmente in Italia, sta avendo conseguenze enormi, e sta creando nuove strutture di diseguaglianza che rischiano di divorare la nostra intera società.
E quindi la domanda è: può la sinistra sopravvivere a questo così drastico mutamento di scenario? Io credo di sì, a due condizioni. La prima: che abbandoni come inservibile ogni idea di socialismo (sarebbe questo il suo ultimo gesto autenticamente marxista; un’applicazione rigorosa e conclusiva di quel pensiero geniale): un punto su cui il discorso di Galli mi sembra reticente; ed è invece una questione decisiva.
La seconda condizione: che scopra un’altra strada, diversa dal percorso proposto dal socialismo, per sviluppare quella critica del mondo così com’è di cui prima dicevamo: senza della quale ogni sinistra perde la testa, prima ancora del cuore. Una via con al centro una nuova idea di eguaglianza, completamente diversa da quella seriale e ripetitiva – l’eguaglianza irradiata dalla catena di momtaggio delle vecchie fabbriche dell’età industriale - sviluppata dalla tradizione socialista. Oggi dobbiamo riempire di nuovi riferimenti e valori questa parola che ha attraversato la coscienza dell’Occidente. Se non sapremo farlo, rischiamo di travolgerne e spegnerne il senso. Dobbiamo pensare a un’eguaglianza che possa coesistere con la valorizzazione delle diversità individuali, fondata sul rapporto fra impersonale umano e beni comuni di tutta la specie: la salute, l’ambiente, il patrimonio genetico, l’informazione, la democrazia, l’intreccio culturale e sociale dei generi.
E poi, dobbiamo costruire una via che metta al centro la visione di un mondo globale guidato da un modello di cittadinanza oltre la cornice degli Stati, in cui la potenza della tecnica possa essere usata – come è possibile - per accrescere la nostra libertà, e creare le premesse perché l’umano possa concepire sé stesso nella sua totale integrità, senza discriminazioni e senza barriere.
Non dobbiamo aver paura dell’utopia. Senza coltivarla, non si parla ai giovani e non si progetta il futuro. Il salto tecnologico che abbiamo appena cominciato a spiccare va affiancato da un salto etico di eguale portata. Dobbiamo sostituire la lotta di classe con una rivoluzione intellettuale e morale in grado di reggere il peso della potenza tecnica che stiamo cominciando ad acquisire, e di orientarla. Solo la sinistra ha la forza inclusiva per farlo. Cominciando dall’Italia.