Oggi gli Stati Uniti hanno una bella gatta da pelare....” mi dice il giornalaio a Torino. Non è un finanziere, ovviamente, ma dalla preoccupazione capisco che il problema di Silicon Valley Bank è davvero serissimo.
Per tre giorni, fino a venerdì, le azioni di Svb erano crollate sotto il peso di una corsa ai depositi e di una crisi di fiducia, con alcune somiglianze con la crisi di Lehman Brothers nel 2008. Il tema è serio perché Svb è la sedicesima banca in America, e usava depositi a breve per finanziare l’acquisto di titoli a lungo termine, da startup tecnologici a aziende vinicole in California.
Per fortuna a quel punto, cioè presto, il regolatore bancario Californiano ha imposto la chiusura della banca e ne ha passato i conti correnti sotto la gestione del Fdic, una specie di assicurazione federale sui depositi. Sta ora cercando freneticamente un acquirente, ma la dimensione della banca rende questo esercizio molto diffi…
Oggi gli Stati Uniti hanno una bella gatta da pelare....” mi dice il giornalaio a Torino. Non è un finanziere, ovviamente, ma dalla preoccupazione capisco che il problema di Silicon Valley Bank è davvero serissimo.
Per tre giorni, fino a venerdì, le azioni di Svb erano crollate sotto il peso di una corsa ai depositi e di una crisi di fiducia, con alcune somiglianze con la crisi di Lehman Brothers nel 2008. Il tema è serio perché Svb è la sedicesima banca in America, e usava depositi a breve per finanziare l’acquisto di titoli a lungo termine, da startup tecnologici a aziende vinicole in California.
Per fortuna a quel punto, cioè presto, il regolatore bancario Californiano ha imposto la chiusura della banca e ne ha passato i conti correnti sotto la gestione del Fdic, una specie di assicurazione federale sui depositi. Sta ora cercando freneticamente un acquirente, ma la dimensione della banca rende questo esercizio molto difficile.
Da quel momento tutta la stampa mondiale ha iniziato a interrogarsi sull’estensione e la portata della crisi, solo agli inizi. Un avvio di contagio che è iniziato in Usa e poi si è rapidissimamente esteso all’Europa. Ma per capirne gli sviluppi sulla banca, sulla Silicon Valley e sull’intero sistema finanziario, occorreranno molte settimane. E nel frattempo si capirà se i policy maker americani avranno compreso le lezioni del 2008.
La ragione fondamentale della crisi è abbastanza semplice da comprendere. La Fed — cioè la Banca Centrale americana — ha avviato negli ultimi mesi una politica di rialzi dei tassi, le cui conseguenze sono valutate principalmente sul piano macroeconomico, della recessione e della disoccupazione.
La testimonianza di Jay Powell al congresso, in settimana, ne sarà un momento saliente. Era ovvio, tuttavia che vi sarebbero queste conseguenze sul piano microeconomico della singola banca, soprattutto quando questa aveva finanziato attività negli stadi iniziali della propria vita. Col salire dei tassi, il valore dei bond nel bilancio di Svb ha iniziato a calare anche più che altrove. Il capitale della banca ha cominciato ad essere insufficiente per assorbire quel calo.
E così il management, che pure ha i suoi torti nella gestione, ha iniziato a vendere i titoli sotto il prezzo di emissione e ha tentato di raccogliere nuovo capitale per 2.7 miliardi di dollari con l’assistenza di Goldman Sachs. Invece di generare fiducia, queste due mosse, in sé canoniche, hanno innescato panico, e hanno avviato la vendita tumultuosa delle azioni e il ritiro dei depositi. Se continuerà, questa reazione potrà prima inaridire l’attività nella Silicon valley (e non se ne sentiva il bisogno) e poi spargere il panico in una sorta di tsunami a livello mondiale.
All’estremo opposto c’è la reazione contraria. Edotto dal crollo di Lehman il regolatore Californiano ha chiuso la banca e spostato i conti correnti sotto l’ombrello del Fdic. Sin da subito saranno assicurati i depositi al di sotto dei 250.000 dollari. Solo al termine della liquidazione verranno invece rimborsati i depositi più alti. Non c’è dubbio che ciò avverrà almeno in parte ma, nonostante alcuni ostacoli politici, si è evitata l’illusione di lasciar fallire la banca limitandosi a mettere in sicurezza le istituzioni limitrofe. Questa mossa ha senso perché nessuna banca è un’isola e i debiti di una sono i crediti di qualcun altro. Ma non è detto che sia sufficiente.
La partita si giocherà nelle prossime settimane e onestamente ambo gli esiti, dalla crisi confinata allo tsunami, sono possibili. Non è da trascurare ad esempio il rischio che i depositi superiori ai 250.000 dollari vengano ritirati da istituzioni simili. La lezione del 2008 probabilmente è stata appresa e questo è un test della politica economica. Proprio per questo mi convincono di più i commenti come quelli del Wall Street Journal o del Financial Times che nel weekend sembravano scommettere sul contenimento della crisi. Ma non c’è dubbio che viviamo in un mondo incerto, e che la lezione dell’impatto microeconomico del rialzo dei tassi, insieme a quella della gestione più prudente del bilancio della banca, va comunque appresa al più presto.