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Dopo il lutto di Cutro, il karaoke. Il governo alla fiera della vanità

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La vergogna è un sentimento che sembra non esistere più
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La vergogna non c’è più. Quel sentimento, che Brunetto Latini definiva “passione d’animo e non è virtute”, è scomparso. E pensare che si tratta di una emozione intrinsecamente sociale e relazionale, come dicono gli psicologi. Si prova un senso di vergogna davanti a un pubblico di persone, più o meno immaginario, che ci guarda, ci biasima, ci giudica. La vergogna vera ha a che fare con la perdita della stima di sé. Cosa è accaduto? Non viviamo forse continuamente sotto lo sguardo degli altri? Non siamo esposti all’occhio del Grande Fratello dei social? Perché non ci si vergogna più? Mi sto riferendo alla festa di compleanno a sorpresa — cinquanta! — di Matteo Salvini a cui Giorgia Meloni è corsa in aereo lasciando il presidente israeliano e il suo seguito di stucco, per poi cantare al karaoke un brano di Fabrizio De André, mentre altrove il mare restituiva le salme deg…

La vergogna non c’è più. Quel sentimento, che Brunetto Latini definiva “passione d’animo e non è virtute”, è scomparso. E pensare che si tratta di una emozione intrinsecamente sociale e relazionale, come dicono gli psicologi. Si prova un senso di vergogna davanti a un pubblico di persone, più o meno immaginario, che ci guarda, ci biasima, ci giudica. La vergogna vera ha a che fare con la perdita della stima di sé. Cosa è accaduto? Non viviamo forse continuamente sotto lo sguardo degli altri? Non siamo esposti all’occhio del Grande Fratello dei social? Perché non ci si vergogna più? Mi sto riferendo alla festa di compleanno a sorpresa — cinquanta! — di Matteo Salvini a cui Giorgia Meloni è corsa in aereo lasciando il presidente israeliano e il suo seguito di stucco, per poi cantare al karaoke un brano di Fabrizio De André, mentre altrove il mare restituiva le salme degli annegati di Cutro. Come è possibile che una persona in quel ruolo istituzionale non senta la necessità di non partecipare a un festeggiamento dopo il recentissimo lutto? Forse qualcuno ricorderà un’altra festa di compleanno, quella di Noemi Letizia, per cui il capostipite delle feste di compleanno a sorpresa, Silvio Berlusconi, si recò a Casoria il 26 aprile 2009. Ma forse no, ci sono state tante feste e festicciole da allora, con segretari di partito, senatori, deputati, fidanzate, mogli, mariti, e compagnia danzante, che ricordarle tutte è davvero difficile.

Ma perché la vergogna è scomparsa? Come aveva inteso decenni fa Christopher Lasch nel suo libro sulla cultura del narcisismo, viviamo in un vortice di immagini e di risonanze “che arrestano l’esperienza e la riproducono al rallentatore”. Gli strumenti visivi e sonori che oggi pratichiamo sugli smartphone ci danno l’impressione di vivere in un’immensa camera dell’eco, in una sala degli specchi. Cosa vuol dire? Che questo ha cancellato la vergogna e il senso del pudore, quei freni inibitori che censuravano l’esibizionismo e il voyeurismo? La filosofa ungherese Agnes Heller ha scritto che esiste ancora una vergogna: è la “vergogna sulla pelle”, una vergogna di tipo amorale. Un sentimento di superficie che si lega al conformismo e alla necessità di manifestare di continuo il proprio successo. La perdita di valore della vergogna corrisponde a un singolare fenomeno che abbiamo conosciuto sotto l’etichetta del kitsch: l’idealizzazione del banale e dell’insignificante. Lo sguardo d’ammirazione dei più non si rivolge oggi a persone di spiccata moralità o di rilievo intellettuale, ma verso chiunque manifesti una propensione al successo, lo persegua e l’ottenga in qualche modo, fosse anche solo il quarto d’ora promesso a tutti, come suona una frase attribuita a Andy Warhol. In realtà, come ha scritto la psicologa Anna Maria Pandolfi, quella ricerca di visibilità che si coglie anche nella festa comasca di Salvini è la spia di una carenza di identità, ovvero di un narcisismo fragile e povero. Dei tre cantanti su preesistente base musicale del compleanno, Salvini è senza dubbio l’esponente che mostra questo tipo di narcisismo. Provate a immaginare che venga rimosso dal ruolo di segretario del partito che si è intestato, cosa resterebbe di lui?

Nulla. Berlusconi è il campione della festa, le ha inventate lui ad Arcore, o almeno reinventate, come ha registrato benissimo Sorrentino in Loro, film più vero del vero. Berlusca è il creatore del narcisismo di massa operato a oltranza dalle sue televisioni, che hanno instillato in milioni di persone la convinzione che l’essere visti, conosciuti o guardati è l’unica salvezza contro una vita sempre più priva di valore, di senso e di significato, in gran parte omologata e omologante. Il caso di Giorgia Meloni è diverso. Certo anche lei è una “immagine”, vive di immagini e cerca di produrre immagini di sé (gli addetti alla sua immagine sono per lei più importanti dei ministri del suo governo). Al tempo stesso è anche una politica di lungo corso, quindi capisce che non può perdere la festa di un suo importante alleato. Corre là alla faccia di quei morti sulla spiaggia di Cutro. Giorgia possiede il cinismo dei politici di un tempo unito a una spregiudicatezza, per cui l’unica cosa che conta è ottenere risultati. Corre per vincere e a lei difficilmente si potrà chiedere la coerenza di un autentico leader che guida un Paese nella tempesta. Non la possiede, se non nella sua origine politica di destra; il resto è solo arte della “dissimulazione onesta”. La vergogna non c’è più. Resta solo la vergogna di non avere successo, la terribile vergogna di non essere nessuno. Lei ora è qualcuno. Un narcisismo ben temperato le consiglia di fare a meno della vergogna, quella vera naturalmente.