✕

I piani revisionisti della Cina

Ascolta l'audio

I nuovi scenari accentuati dalla guerra fredda 2.0 impongono scelte anche al nostro Paese
2 minuti di lettura

La Cina, dopo gli anni di isolamento del Covid, si rilancia sulla scena globale. Con un bilancio della difesa in forte crescita (7% nel 2023) e attraverso un protagonismo diplomatico senza molti precedenti nella storia della Repubblica popolare. Non è tanto il finto-piano di pace sull’Ucraina (con le tappe annunciate la prossima settimana: visita di Xi Jinping a Putin e prima telefonata a Zelensky).  In questo caso, la realtà è che Pechino ha interesse a una guerra protratta, che tenga gli Stati Uniti impegnati sul fronte europeo e che dreni risorse economiche e militari dal fronte indo-pacifico e dal vero, possibile teatro di scontro, Taiwan. E’ piuttosto quello è accaduto in Medio Oriente pochi giorni fa. Pechino ha mediato la ripresa dei rapporti diplomatici fra Riyad e Teheran, dopo 7 anni in cui la potenza sunnita, l’Arabia Saudita, e la protagonista dell’universo sciita, l’Iran, avevano rotto le relazioni. E’ u…

La Cina, dopo gli anni di isolamento del Covid, si rilancia sulla scena globale. Con un bilancio della difesa in forte crescita (7% nel 2023) e attraverso un protagonismo diplomatico senza molti precedenti nella storia della Repubblica popolare. Non è tanto il finto-piano di pace sull’Ucraina (con le tappe annunciate la prossima settimana: visita di Xi Jinping a Putin e prima telefonata a Zelensky).  In questo caso, la realtà è che Pechino ha interesse a una guerra protratta, che tenga gli Stati Uniti impegnati sul fronte europeo e che dreni risorse economiche e militari dal fronte indo-pacifico e dal vero, possibile teatro di scontro, Taiwan. E’ piuttosto quello è accaduto in Medio Oriente pochi giorni fa. Pechino ha mediato la ripresa dei rapporti diplomatici fra Riyad e Teheran, dopo 7 anni in cui la potenza sunnita, l’Arabia Saudita, e la protagonista dell’universo sciita, l’Iran, avevano rotto le relazioni. E’ uno sviluppo parzialmente inatteso e positivo, visto che Riyad e Teheran combattono, dal 2015, una sanguinosa guerra per procura in Yemen. Contatti fra le due parti esistevano già; Pechino è riuscita a sfruttarli, proponendosi come peace-maker. E danneggiando la possibilità di un allargamento degli “accordi di Abramo” (concepiti a suo tempo da Trump) ai rapporti fra Israele e Arabia Saudita. 

L’attivismo della politica estera cinese sfrutta spazi lasciati da Washington. E’ un’agenda nazionale (la riunificazione con Taiwan ne è un punto centrale) e di impronta revisionista rispetto al vecchio ordine occidentale. Xi Jinping ha consolidato ed eternizzato il proprio potere interno. Ma sa di non potere più contare su un contesto globale favorevole: gli Stati Uniti – ha detto per la prima volta in modo esplicito all’ Assemblea nazionale del popolo – stanno tentando non solo di contenere la Cina sul piano militare ma anche di “comprimerne” le potenzialità di crescita economica. Cosa in parte vera, che conferma implicitamente il potere di pressione degli Stati Uniti, ma che apre anche delle incognite: non è chiaro, visti i rapporti commerciali e finanziari fra la Cina e il mondo occidentale, come funzionerà il contenimento nella versione del XXI secolo. La “guerra fredda 2.0” si gioca sul predominio tecnologico. E sulla tenuta delle alleanze: i nuovi formati asiatici sponsorizzati da Washington (Quad e Aukus) e i rapporti con gli europei, coinvolti nel bando dell’esportazione di tecnologia sensibile a Pechino. L’importanza cruciale di Taiwan nel confronto Usa-Cina dipende anche da questo, dal peso dominante di Taipei nella produzione di semi-conduttori.

Pechino cerca di impostare la partita con gli Stati Uniti tenendosi la Russia indebolita al fianco quale junior partner e cercando di accreditarsi, in teoria, come superpotenza di riferimento del cosiddetto Sud Globale (ma è un mondo troppo variegato perché questo disegno riesca). Soprattutto, Pechino interviene dove Washington appare in difficoltà. La relazione con l’Arabia Saudita è un dossier che Joe Biden non è riuscito a gestire - fra vincoli dovuti al caso Khashoggi e tentativi vani di spingere Riyad, quale pilastro dell’Opec-plus, ad aumentare la produzione di greggio.

La sicurezza energetica è parte dell’equazione. Come noto la Cina, a differenza degli Stati Uniti, dipende dall’import di gas e petrolio: un quarto viene dal Medio Oriente, a cui si aggiungono forniture crescenti da Mosca, che ha perso – con la guerra di Putin - il mercato europeo. Non si tratta solo di fonti energetiche tuttavia. La seconda guerra fredda, come la prima, si proietta nei teatri regionali; con la differenza importante che Pechino e Washington non possono più contare su “Stati-clienti” ma hanno a che fare con potenze regionali interessate – valga per tutti il caso dell’India - a coltivare allineamenti multipli. Almeno sulla carta, la Cina punta ad allargare il gruppo dei Brics, come alternativa al G7 delle democrazie, non solo all’Iran ma anche all’Arabia Saudita. E comincia ad utilizzare, nelle sue transazioni con questi paesi, sistemi di pagamento diversi dal dollaro, che mantiene comunque (per ora) la sua centralità.

Nell’agenda revisionista della Cina, l’Europa è un teatro importante ma abbastanza deludente: l’Ue non si è divisa sulle sanzioni alla Russia e i grandi paesi europei, per quanto interessati al mercato cinese, cominciano a seguire Washington sulla strada del “disaccoppiamento” tecnologico da Pechino. Se è ormai evidente che economia e sicurezza non possono più essere tenute separate, il confronto Usa-Cina accentua il problema. E impone delle scelte: anzitutto al nostro paese, che si trova sul tavolo il problema del rinnovo dell’accordo del 2019 sulla Belt and Road Initiative.cinese. Un vero errore politico, che non sarà semplice gestire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Wang Yi