Dopo la vittoria di Elly Schlein alle primarie del Partito democratico ha cominciato a girare sui social con successo virale, come si dice in questi casi, una card propagandistica rilanciata anche da molti esponenti di Lega e Fratelli d’Italia. Le card, per chi fosse digiuno di web, sono quelle composizioni grafiche dove a un’immagine si associano uno o più slogan. Insomma, i volantini dell’era digitale. La card in questione raffigurava la neo segretaria del Pd e una serie di sue presunte qualità negative. Queste: “Mega miliardaria. Figlia di un luminare. Cittadina americana, svizzera e italiana. Ha fatto campagna elettorale per Obama. Vice governatore dell’Emilia Romagna. Bisessuale. Sensibile a tematiche del mondo lgbtq. Ebrea aschenazita. Mai visto un povero. Mai vista una fabbrica. Mai vista una casa popolare. Mai lavorato”.
A parte il chiaro tentativo di screditare Schlein in quanto esponente delle élite, e sorvolando su q…
Dopo la vittoria di Elly Schlein alle primarie del Partito democratico ha cominciato a girare sui social con successo virale, come si dice in questi casi, una card propagandistica rilanciata anche da molti esponenti di Lega e Fratelli d’Italia. Le card, per chi fosse digiuno di web, sono quelle composizioni grafiche dove a un’immagine si associano uno o più slogan. Insomma, i volantini dell’era digitale. La card in questione raffigurava la neo segretaria del Pd e una serie di sue presunte qualità negative. Queste: “Mega miliardaria. Figlia di un luminare. Cittadina americana, svizzera e italiana. Ha fatto campagna elettorale per Obama. Vice governatore dell’Emilia Romagna. Bisessuale. Sensibile a tematiche del mondo lgbtq. Ebrea aschenazita. Mai visto un povero. Mai vista una fabbrica. Mai vista una casa popolare. Mai lavorato”.
A parte il chiaro tentativo di screditare Schlein in quanto esponente delle élite, e sorvolando su quanto troglodita possa essere una quota di nostri connazionali che considera squalificanti le definizioni “bisessuale” o “sensibile a tematiche del mondo lgbtq”, colpisce quell’etichetta: “ebrea aschenazita”. Non solo per l’evidente e agghiacciante antisemitismo che individua un disvalore nell’essere ebrea, ma anche per quella curiosa aggiunta: aschenazita. L’esigenza di specificare a tal livello la discendenza di Schlein è frequente nei siti dell’ultradestra, dove è definita spesso anche “ebrea cazara” (ci torneremo), ed è spuntata anche l’altroieri sul Fatto quotidiano dove accanto a una caricatura di Schlein figurava questa didascalia: “Figlia di Melvin, americano, ebreo aschenazita”. Un termine che, c’è da giurarci, era e probabilmente resta sconosciuto alla gran parte dell’opinione pubblica ha cominciato improvvisamente a circolare con grande frequenza. Perché?
Aschenaziti identifica quegli ebrei che dopo la diaspora si insediarono nell’Europa centrale e settentrionale, distinti dai sefarditi, gli ebrei della penisola iberica. Una bipartizione che aveva un senso, anche a livello di differenze nei riti, tra XVI e XVIII secolo, ma che nel mondo contemporaneo è sfumata fino a non avere quasi più alcuna valenza nelle odierne comunità ebraiche. Aschenazita serve infatti a dire altro. Nel gergo antisemita e fascistoide, non ha tanto a che fare con la religione in sé quanto con una posizione sociale e una visione del mondo: individua l’ebreo ricco, banchiere (sinonimo di “usuraio”), cosmopolita, ovvero globalist,come direbbe l’alt right statunitense, quello rappresentato con il naso adunco nell’iconografia antisemita dei secoli scorsi poi ripresa dalla Germania nazista (aschenaziti erano la quasi totalità degli ebrei tedeschi). Ma non basta. Per capire l’improvvisa fortuna del termine bisogna andare a cercare nei deliri complottisti che proliferano nell’ultradestra Usa, arrivati fin qui, secondo cui gli aschenaziti sono discendenti dei Cazari, popolo del mar Caspio convertitosi in massa all’ebraismo per ragioni occulte di controllo del mondo. Sapete chi è l’aschenazita per definizione nella pubblicistica neofascista e sovranista? George Soros, il finanziere accusato di foraggiare la sostituzione etnica, cioè l’immigrazione selvaggia per attentare alla razza bianca e all’Europa cristiana, a sua volta spesso definito usuraio. Perché l’aschenazita, in quanto banchiere che manovra il denaro senza lavorare, è pure equivalente di affamatore del proletariato, il che spiega anche certe venature antisemite rossobrune.
Specificare oggi di un ebreo che è aschenazita non serve a nulla, se non a echeggiare — talvolta anche involontariamente, ma non è meno grave — una ventata che riprende la più vieta propaganda degli anni Venti e Trenta del secolo scorso: l’ebreo facoltoso e nullafacente, colto e per questo infido, senza territorio e quindi senza nazionalità, straniero. Esattamente ciò che viene addebitato a Schlein (“figlia di un luminare”), che non lavora e non deve lavorare e non è davvero italiana, anzi probabilmente serve altri Paesi (“Ha fatto campagna per Obama”). È, appunto, “ebrea aschenazita”. Benvenuti negli anni Venti. I nostri o quelli del secolo scorso, in questo caso non sembra fare molta differenza.