Oceani, l'Italia dia l'esempio
di Alessandro Giannì , di Alessandro GiannìL’approvazione del Trattato Globale sugli Oceani ha aperto un’opportunità che non possiamo perdere. Come osservato dal direttore Maurizio Molinari in un recente editoriale, ora abbiamo uno strumento per tutelare il 30% dei mari del pianeta entro il 2030: il cosiddetto “obiettivo 30x30”. Tuttavia, l’iniziativa annunciata dal ministero degli Esteri, una Conferenza sugli oceani il prossimo luglio a Roma, dovrà essere qualcosa di più di una vetrina diplomatica a sostegno della candidatura a Expo 2030.
Gli oceani sono il più grande ecosistema del pianeta e noi dipendiamo dal loro corretto funzionamento. Il 90% delle risorse ittiche monitorate è al limite o oltre il limite dello sfrutta…
L’approvazione del Trattato Globale sugli Oceani ha aperto un’opportunità che non possiamo perdere. Come osservato dal direttore Maurizio Molinari in un recente editoriale, ora abbiamo uno strumento per tutelare il 30% dei mari del pianeta entro il 2030: il cosiddetto “obiettivo 30x30”. Tuttavia, l’iniziativa annunciata dal ministero degli Esteri, una Conferenza sugli oceani il prossimo luglio a Roma, dovrà essere qualcosa di più di una vetrina diplomatica a sostegno della candidatura a Expo 2030.
Gli oceani sono il più grande ecosistema del pianeta e noi dipendiamo dal loro corretto funzionamento. Il 90% delle risorse ittiche monitorate è al limite o oltre il limite dello sfruttamento sostenibile. Sappiamo per esempio che la produttività nell’Atlantico settentrionale si è ridotta del 10% rispetto alla metà del XIX secolo, cioè dall’inizio dell’era industriale. Sappiamo anche che questo dipende dalla crisi climatica e, al tempo stesso, che comporta una diminuzione nella capacità degli oceani di assorbire CO2. Gli oceani hanno “catturato” quasi un quarto della CO2 che abbiamo emesso bruciando carbone, petrolio e gas fossile, e oltre il 90% del calore in eccesso prodotto dal riscaldamento globale, con un aumento delle temperature marine che ha già gravi impatti anche nei mari italiani.
Dopo decenni di discussioni alle parole non sono seguiti i fatti e la protezione del mare ancora non c’è. Inutile guardare altrove: cominciamo da casa nostra. In Italia, per esempio, avremmo già una vasta area marina tutelata: è il Santuario dei cetacei del Mar Ligure, che in virtù di un accordo tra Italia, Francia e Principato di Monaco interessa una superficie di 87.500 chilometri quadrati. Eppure, a parte il divieto di competizioni tra motoscafi offshore, nel Santuario “valgono” le stesse regole che valgono altrove, e la protezione dell’ecosistema marino resta solo sulla carta.
Se l’Italia vuole avere un ruolo di primo piano nella tutela del mare è bene che dia l’esempio. Anzitutto con una rapida ratifica del Trattato sugli Oceani. Poi schierandosi in modo convinto contro l’avvio delle attività di ricerca mineraria negli abissi marini, il cosiddetto deep sea mining. Proprio a luglio, infatti, è prevista un’importante decisione dell’International Seabed Authority a riguardo e ci auguriamo che il nostro Paese assuma una posizione chiara. Gli abissi oceanici sono un ecosistema vulnerabile, e ogni perturbazione rischia di creare effetti collaterali disastrosi. Non è un rischio che possiamo correre.
Ma, soprattutto, l’Italia non può pensare che la protezione degli oceani spetti solo agli altri Paesi: l’obiettivo 30x30 è globale e siamo chiamati a proteggere, per davvero, anche il 30% dei nostri mari, come Greenpeace cerca di fare da sempre. In teoria, le aree marine italiane che ricadono nella Rete Natura 2000 coprono poco più del 13% dei mari italiani. Ma le aree marine davvero protette in Italia sono una porzione irrisoria, nell’ordine dello 0,01%. Da dove cominciare?
La direzione è stata indicata dalla Convenzione per la Biodiversità (Cbd), che ha individuato le aree marine meritevoli di tutela: sono le Ecologically or Biologically Important Marine Areas (EBSAs). Cominciamo dunque da quelle “di casa nostra”:
Mar Ligure/Alto Tirreno, Stretto di Sicilia, Ionio/Adriatico Meridionale e Alto Adriatico. Proprio dove secondo il Decreto Aiuti quater si potrebbe invece trivellare in cerca di altri combustibili fossili che aggraverebbero la crisi climatica e la perdita di biodiversità.
L’autore è direttore delle Campagne di Greenpeace Italia