Dobbiamo aspettare il 2155, più di un secolo, per raggiungere la piena parità di genere. Un tempo infinito e impossibile da accettare, eppure è il periodo che secondo il Global Gender Gap Report 2022, pubblicato dal World Economic Forum, serve al mondo per colmare il divario uomo-donna. Siamo delle lumache: nel 2021 ci mancavano 136 anni. È vero, ne abbiamo guadagnati quattro in dodici mesi, ma la meta è talmente lontana che serviranno almeno due-tre generazioni prima di arrivare al traguardo. Oltretutto le donne italiane dovranno pazientare di più di molte altre europee: in Islanda — che è in testa alla classifica — il gap è al 90,8%, in Finlandia all’86%, mentre la Germania con il suo 80,1% è in decima posizione. L’Italia è al 63° posto, avendo risolto solo il 72% del divario. Nessun paese ha ancora centrato l’obiettivo ma mai, come questa volta, il male comune non reca alcun conf…
Dobbiamo aspettare il 2155, più di un secolo, per raggiungere la piena parità di genere. Un tempo infinito e impossibile da accettare, eppure è il periodo che secondo il Global Gender Gap Report 2022, pubblicato dal World Economic Forum, serve al mondo per colmare il divario uomo-donna. Siamo delle lumache: nel 2021 ci mancavano 136 anni. È vero, ne abbiamo guadagnati quattro in dodici mesi, ma la meta è talmente lontana che serviranno almeno due-tre generazioni prima di arrivare al traguardo. Oltretutto le donne italiane dovranno pazientare di più di molte altre europee: in Islanda — che è in testa alla classifica — il gap è al 90,8%, in Finlandia all’86%, mentre la Germania con il suo 80,1% è in decima posizione. L’Italia è al 63° posto, avendo risolto solo il 72% del divario. Nessun paese ha ancora centrato l’obiettivo ma mai, come questa volta, il male comune non reca alcun conforto. Anzi, occorre una rapidissima inversione ad u.
Il Pnrr aveva un obiettivo ambizioso: prevedeva che almeno il 30% della nuova occupazione spettasse alle donne e ai giovani. Tutto bene sulla carta, ma…. Ma purtroppo in Italia esiste una parola magica che si chiama deroga ed è in questo anfratto che si infilano tutti. Filippo Santelli raccontava l’altro giorno che su oltre 48 mila contratti registrati da luglio ad oggi nel database Anac, oltre 33 mila, circa il 70%, contemplava una deroga totale con il risultato che le donne ancora una volta rimarranno alla porta ad aspettare tempi migliori che richiedono una longevità, come abbiamo visto, più che centenaria.
La notizia, pessima di per sé, è peggiorata dal fatto che il nostro Pnrr, insieme a quello spagnolo, era il più sensibile alla parità di genere, ma la strada è lastricata di buone intenzioni che verranno, a quanto pare, disattese. A gennaio 2023 il tasso di occupazione femminile in Italia era al 51,9% — oltre 17 punti inferiore a quella degli uomini. Siamo tra le Cenerentole d’Europa: le donne sono poco impiegate e con troppe formule part-time. Lo schema è già noto: si cerca una donna ma poi si nomina un uomo. E anche le motivazioni si assomigliano: “sono poco qualificate, più adatte ad altri settori, non abbiamo trovato le candidate giuste”. Dieci anni fa successe una cosa analoga: appena approvata la legge Golfo — Mosca che imponeva una maggior presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società quotate, sembrava che nessuno conoscesse una donna in grado di ricoprire questi incarichi. Scattato l’obbligo, le aziende si sono messe alla ricerca e le consigliere sono saltate fuori: dal 7% del 2011 oggi sono il 47% nei Comitati dei cda. E l’Italia, secondo i dati del Gender Diversity Index 2021, è ora in terza posizione per numero di donne a capo dei cda (15%). Quindi se c’è una lezione da imparare è che basta alzare la testa, allargare lo sguardo oltre i confini del prevedibile e le donne ci sono. E non solo sono preparate, perfettamente in grado di ricoprire quei ruoli ma, una volta inserite, sono un patrimonio prezioso nelle aziende. Purtroppo, le ceo donne in Italia sono solo il 3%. L’ascensore femminile si è bloccato ai piani bassi e arrivare ai vertici è tuttora difficile, per questo quando Giorgia Meloni dice che sta cercando delle donne da designare alla guida di una grande società viene da dirle guardati intorno, ce ne sono e sono bravissime. Basta avere il coraggio di cambiare, basta dare loro una chance vera che vada al di là dei proclami. «La sfida — ha detto di recente la premier — non è quante donne siedono in un cda, la sfida è quando avremo il primo amministratore delegato di una società partecipata statale donna. È uno degli obiettivi che mi do, perché non c’è mai stato e questa è la grande sfida della parità».
Le big in attesa di rinnovo sono cinque, Eni, Enel, Poste, Leonardo e Terna, tutte saldamente in mano agli uomini, e l’unica dove forse c’è uno spazio sembra sia Terna mentre su tutte le altre le speranze sono poche viste le posizioni degli alleati di Meloni che vogliono dire la loro sui cambi di poltrone. Per trasformare l’Italia da vecchia gerontocrazia maschile a Paese moderno basterebbe decidere che questo turno tocca alle donne salire. Gli uomini aspettino il prossimo.