Il salario minimo è la prima battaglia su cui Elly Schlein impegna il Pd, una bandiera ideale della sinistra che negli anni è rimasta tale, senza mai assumere forza di legge. Le cause sono varie e naturalmente la destra su questo ironizza. Nel frattempo la bandiera è stata impugnata dai Cinque Stelle e oggi la questione si ripropone: la neo segretaria vuole cominciare di qui, da qualcosa di concreto in grado di trasmettere un messaggio coerente all’elettorato della sinistra, in particolare ai ceti più deboli che sono anche i più bistrattati dalla crisi. Schlein lo ha detto mercoledì alla Camera e ieri lo ha ripetuto al congresso della Cgil. È il punto di partenza che ci si poteva attendere dalla giovane dirigente: un tema unificante, in grado di allineare le altre forze della sinistra, compreso il sindacato, dietro una leadership rinnovata. Conte e i 5S non saranno certo contenti di essere messi in ombra, ma tant’è.
…Il salario minimo è la prima battaglia su cui Elly Schlein impegna il Pd, una bandiera ideale della sinistra che negli anni è rimasta tale, senza mai assumere forza di legge. Le cause sono varie e naturalmente la destra su questo ironizza. Nel frattempo la bandiera è stata impugnata dai Cinque Stelle e oggi la questione si ripropone: la neo segretaria vuole cominciare di qui, da qualcosa di concreto in grado di trasmettere un messaggio coerente all’elettorato della sinistra, in particolare ai ceti più deboli che sono anche i più bistrattati dalla crisi. Schlein lo ha detto mercoledì alla Camera e ieri lo ha ripetuto al congresso della Cgil. È il punto di partenza che ci si poteva attendere dalla giovane dirigente: un tema unificante, in grado di allineare le altre forze della sinistra, compreso il sindacato, dietro una leadership rinnovata. Conte e i 5S non saranno certo contenti di essere messi in ombra, ma tant’è.
Il problema è: cosa succede poi? Attraverso quali strumenti il nuovo Pd intende alimentare la sua riscossa, vale a dire un maggior radicamento a sinistra, ma anche la capacità di attrarre consensi inediti? Secondo Romano Prodi ("Oltre l’impotenza della politica", a cura di Piergiorgio Ardeni e Stefano Bonaga), l’obiettivo non può essere che “il ringiovanimento di una democrazia che ha quasi ovunque perduto la sua forza e il suo significato”. Una missione ambiziosa che dovrà affidarsi, è inevitabile, a una serie di passaggi intermedi. Il salario minimo è una misura necessaria, nell’ottica della sinistra, ma è solo un primo passo, quasi un provvedimento d’emergenza. In realtà è evidente che il “ringiovanimento” democratico dovrà affermarsi attraverso un disegno riformatore. Ed è difficile credere che le riforme, per quanto ben studiate, possano piacere a tutti. Non a caso la ricerca spasmodica del consenso tende quasi sempre a mettere in angolo i progetti riformisti. I quali peraltro presentano un taglio diverso a seconda della cultura da cui discendono: esistono riforme liberali, socialdemocratiche, di sinistra radicale.
Il progetto sociale illustrato da Landini in questi giorni, ad esempio, piace a un largo settore della sinistra e ai 5S, ma non è gradito ai riformisti che sono ancora nel Pd, benché collocati ai margini, oppure ne sono usciti da tempo e partecipano al dibattito pubblico dalle università o dai giornali. E uno dei temi che s’impongono all’attenzione generale, destinato a plasmare in un modo o nell’altro l’identità della sinistra di domani, è la riforma fiscale. Ieri sera il Consiglio dei ministri ha definito le intenzioni del centrodestra e ora anche l’opposizione dovrà esprimere una sua linea. Escluso che possa svilupparsi in questo momento una forma di cooperazione in Parlamento, resta da capire come intende muoversi il Pd di Elly Schlein, al di là delle prime dichiarazioni.
Senza dubbio la riforma del fisco, purché concepita nel rispetto dei conti pubblici, è tra le più significative per tracciare il profilo della società verso cui si vuole tendere. Il governo ha giocato la sua carta. L’opposizione può decidere che qualunque sistema volto a ripensare le aliquote e ad abbassare il carico fiscale a favore del ceto medio sia “un regalo agli evasori” o almeno “ai ricchi”. Oppure può discutere di un proprio schema volto all’obiettivo di non abbandonare quegli stessi ceti al centrodestra. In ogni caso è qui una delle discriminanti cruciali per capire verso quale sinistra la Schlein vuole guidare il suo partito. Nicola Rossi, uno degli economisti che hanno lasciato a suo tempo il Pd da posizioni liberali, dice (su Italia Oggi) che la sinistra non deve temere il confronto con le tesi della destra. Anche perché, sostiene, si è fatto “ben poco per ridistribuire risorse verso i meno abbienti e quindi sarebbe giusto percorrere strade meno battute”.