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Nomine, il governo al banchetto del potere

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Sul tavolo una smisurata quantità di poltrone nei Consigli di amministrazione delle società partecipate dallo Stato. Il nervosismo è grande nella maggioranza. E si capisce il motivo
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Governare è soprattutto nominare, insegnava Giulio Andreotti dall'alto della sua esperienza. Ma la Democrazia cristiana, partito-Stato, almeno lo faceva con stile. La nuova maggioranza di destra si avvicina invece al grande banchetto con arroganza famelica. Sul tavolo una smisurata quantità di poltrone che ridisegnerà la mappa del potere per gli anni a venire, con le sue complicità, le gratitudini obbligate, le assunzioni degli amici, le prebende, gli affari inconfessabili.

Parliamo di più di 500 posti nei Consigli di amministrazione delle società partecipate dallo Stato, almeno un centinaio quelle coinvolte nel gran safari delle nomine. Su tutte spiccano le big five della savana: Eni, Enel, Terna, Leonardo e Poste italiane. E mettiamoci dentro anche la Rai, con Fratelli d'Italia che, non sazia del Tg2, ora vuole prendersi anche il Tg1 e gli spazi di approfondimento. L'appetito vien mangiando.

Il nervosismo è grande nella …

Governare è soprattutto nominare, insegnava Giulio Andreotti dall'alto della sua esperienza. Ma la Democrazia cristiana, partito-Stato, almeno lo faceva con stile. La nuova maggioranza di destra si avvicina invece al grande banchetto con arroganza famelica. Sul tavolo una smisurata quantità di poltrone che ridisegnerà la mappa del potere per gli anni a venire, con le sue complicità, le gratitudini obbligate, le assunzioni degli amici, le prebende, gli affari inconfessabili.

Parliamo di più di 500 posti nei Consigli di amministrazione delle società partecipate dallo Stato, almeno un centinaio quelle coinvolte nel gran safari delle nomine. Su tutte spiccano le big five della savana: Eni, Enel, Terna, Leonardo e Poste italiane. E mettiamoci dentro anche la Rai, con Fratelli d'Italia che, non sazia del Tg2, ora vuole prendersi anche il Tg1 e gli spazi di approfondimento. L'appetito vien mangiando.

Il nervosismo è grande nella maggioranza e si capisce il motivo. Giorgia Meloni, di fatto, presiede due governi. Il primo è quello di facciata, la coalizione con Lega, Forza Italia e centristi. Il secondo è il vero governo, dove la leader decide sulle partite più importanti in beata solitudine, insieme a pochi fedelissimi come i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.

La sproporzione di potere e influenza è evidente e sta creando forti malumori soprattutto nel Carroccio, visto che ormai Forza Italia è in semi-smobilitazione. Parafrasando Churchill, mai così tanti se la presero così tanto con così pochi.

È una dinamica non molto diversa da quella che si vide durante il governo Draghi, con il presidente del Consiglio di allora che stabiliva la linea insieme a un piccolo cerchio magico di due-tre ministri. Tenendo all'oscuro i leader di partito della maggioranza. In questo, davvero, la continuità draghiana di Meloni è evidente.

Il prodotto di questa frustrazione è andato in scena in questa due giorni di maratona parlamentare. Durante la quale Meloni ha scaricato il suo nervosismo su Giuseppe Conte e Angelo Bonelli quando il bersaglio nemmeno troppo nascosto erano i leghisti. Il gelo era quasi imbarazzante tra gli alleati ai banchi del governo.

Piccoli gesti rivelatori: l'assenza dei ministri leghisti durante il discorso della premier, il ministro Calderoli che la ascolta in Senato seduto nei banchi del suo partito, i fratelli d'Italia che ignorano platealmente il capogruppo del Carroccio Romeo, che invece riceve l'applauso del pacifista grillino Patuanelli, Salvini che posta foto del suo grande impegno al ministero mentre la "sua" presidente del Consiglio parla in aula. Una serie di sgarbi studiati per far arrabbiare ma senza arrivare al baratro della crisi di governo. Il clima però è quello, come ha fatto notare Carlo Calenda.

In questo miscuglio di sordo rancore e impotenza, a farne le spese è la linea politica del governo sul terreno più delicato, quello che per tradizione è o dovrebbe essere tenuto al riparo dalle piccole beghe di partito: la politica estera. Specie se in ballo c'è una guerra che sta ridefinendo l'ordine mondiale per i prossimi decenni.

E invece no. Pur di randellare l'amica Giorgia, mandando segnali di insofferenza, i leghisti si sono smarcati proprio sull'Ucraina. Per la gioia dell'ambasciatore russo Razov, il più alto in grado del Carroccio al Senato ha definito la linea di sostegno all'Ucraina una "dolce-tirannia". Una caduta di stile se si pensa che è proprio a causa di una tirannia nient'affatto dolce che milioni di russi e di ucraini stanno soffrendo.

Sono passati appena sei mesi dalla vittoria della destra alle elezioni e già si manifestano scricchiolii preoccupanti nella maggioranza, mentre i sondaggi più recenti registrano la fine della luna di miele, con tutte le curve di gradimento che puntano verso il basso.

Intendiamoci, non accadrà nulla, anche perché nessuno dei partner della maggioranza ha un piano di riserva. E, soprattutto, non c'è all'opposizione una coalizione alternativa. Ma la mancanza di risultati concreti, unita alla litigiosità interna, sono una miscela che rende per lo meno azzardata la previsione di un lungo ciclo meloniano sull'Italia.