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Meloni, una convitata fuori posto

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La premier al verrtice europeo di Bruxelles non ottiene nulla sui migranti anche perché la sua proposta non appare chiara. E così l'Italia perde peso internazionale
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Giorgia Meloni a Bruxelles sembra sempre fuori posto, come certi invitati in un salotto buono che non sanno neppure dove andare a sedersi. Vorrebbe portare al vertice europeo l'ennesima emergenza migratoria per ottenere non si sa bene che cosa. Ma neppure i morti lasciati annegare sulle spiagge calabresi smuovono i veti dei suoi alleati nazionalisti ungheresi e polacchi che si oppongono a qualsiasi forma di solidarietà. Se invece la premier cerca sostegno e comprensione dall'asse franco-tedesco, si sente rispondere che l'Italia dovrebbe prima controllare i migranti irregolari che andrebbero rimpatriati e che invece le nostre forze dell'ordine lasciano ripartire verso il Nord Europa. La riscrittura degli accordi di Dublino sui richiedenti asilo, che l'Italia reclama a gran voce pur non rispettando quelli ora in vigore, continua così ad essere rinviata da un vertice all'altro, come quei punti all'ordine del giorno delle riunioni condominiali che…

Giorgia Meloni a Bruxelles sembra sempre fuori posto, come certi invitati in un salotto buono che non sanno neppure dove andare a sedersi. Vorrebbe portare al vertice europeo l'ennesima emergenza migratoria per ottenere non si sa bene che cosa. Ma neppure i morti lasciati annegare sulle spiagge calabresi smuovono i veti dei suoi alleati nazionalisti ungheresi e polacchi che si oppongono a qualsiasi forma di solidarietà. Se invece la premier cerca sostegno e comprensione dall'asse franco-tedesco, si sente rispondere che l'Italia dovrebbe prima controllare i migranti irregolari che andrebbero rimpatriati e che invece le nostre forze dell'ordine lasciano ripartire verso il Nord Europa. La riscrittura degli accordi di Dublino sui richiedenti asilo, che l'Italia reclama a gran voce pur non rispettando quelli ora in vigore, continua così ad essere rinviata da un vertice all'altro, come quei punti all'ordine del giorno delle riunioni condominiali che nessuno vuole veramente affrontare.

"Batteremo i pugni sul tavolo in Europa", prometteva la premier in campagna elettorale. E in effetti il suo governo si è distinto per aver detto una serie di no, soprattutto cercando di frenare i progressi in materia ambientale. Si è opposto alla normativa sulle case green, senza riuscire a fermarla. Si è opposto anche alla direttiva che prevede la fine della vendita di auto a combustione interna entro il 2035 accodandosi alla Germania. Ma adesso il cancelliere Scholz, senza consultarsi con Meloni, ha negoziato un accordo con Bruxelles ottenendo qualche modifica che Roma ritiene "non soddisfacente", e la direttiva passerà comunque. Insomma, altri buchi nell'acqua.


Così, ieri, la presidente del Consiglio si è fatta rubare la scena a Bruxelles dalla neo-segretaria del Pd, Elly Schlein, che è stata accolta trionfalmente al vertice dei socialisti europei. Schlein ha preso nettamente le distanze dal governo sia sulla questione immigrazione, sia sulla difesa dell'ambiente esprimendo il sostegno al Green Deal della Commissione "per accompagnare tutti i settori che hanno bisogno di essere portati in questa nuova conversione ecologica". Quanto ai migranti, la leader Pd ha chiesto "una missione europea di ricerca e salvataggio" in mare e ha ricordato come gli eurodeputati della destra siano sempre stati assenti durante i negoziati per la riforma degli accordi di Dublino.


L'elenco degli insuccessi europei di questo governo potrebbe continuare: dalla questione del rilassamento delle regole sugli aiuti di stato, che danneggia la nostra industria a favore di quella tedesca e francese, alla riforma del Patto di stabilità, che rischia di ingabbiare il bilancio italiano lasciando mano libera ai Paesi con i conti pubblici più solidi.
Non si tratta solo di errori negoziali e diplomatici (che pure ci sono stati). A questo punto sembra chiaro che il problema di Meloni in Europa non è più politico, ma identitario. Un governo che, a casa, passa il tempo a inseguire le emergenze più svariate, sia quelle reali come la questione migratoria o i ritardi del Pnrr, sia quelle inventate, come la crociata contro le adozioni gay o il fantomatico ponte sulle Stretto, non può e non riesce a dare di sé un'immagine coerente a Bruxelles. Pretendiamo un "ruolo da protagonista" nella crisi migratoria, ma poi non sappiamo avanzare che proposte già da tempo in agenda, come i corridoi umanitari, o indicare pericoli ben noti a tutti, come l'instabilità dell'Africa sub-sahariana dove continua a espandersi l'influenza russa e cinese.


Sulla questione cruciale del nuovo protezionismo per rispondere a quello americano e cinese, che sta contrapponendo nella Ue governi liberali a governi più dirigisti, non sappiamo neppure da che parte schierarci, persi a inseguire una impraticabile terza via che preveda la creazione di un fondo europeo finanziato con nuovo debito. Anche sulla guerra in Ucraina i buoni propositi della presidente del Consiglio sono quotidianamente smentiti dai suoi alleati di governo che le mettono i bastoni tra le ruote. Con il risultato che l'Italia appare un comprimario di secondo piano nello sforzo europeo a sostegno di Kiev.


La questione identitaria si estende anche a quella ideologica. Quando guarda all'Europa, questo governo ha almeno tre anime: quella (teoricamente) europeista di Forza Italia, quella dichiaratamente filo russa e anti europea della Lega, e quella ambigua della premier, che cerca di barcamenarsi tra la natura euroscettica del suo partito, la necessità di tenere buoni rapporti con Bruxelles in quanto detentore delle chiavi del nostro bilancio, e il progetto strategico di consolidare una alleanza con il Ppe per creare una maggioranza di destra nel prossimo Parlamento europeo.
Ma nel salotto europeo non si può venire solo portando emergenze irrisolte, vuoto propositivo e ambiguità ideologica come sta facendo il governo italiano. Fino a che continuerà a farlo, Giorgia Meloni non troverà il proprio posto in Europa. E il Paese da lei governato pagherà il prezzo della sua mancanza di identità.