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La Francia e noi, la posta in gioco

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Il dramma che investe una delle più importanti democrazie del mondo riguarda tutti, nella vecchia Europa
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"Abbiamo decapitato Luigi XVI, possiamo farlo di nuovo" si canta nelle strade di Parigi in mezzo ai cassonetti incendiati. A dar forza alla promessa ci sono i fotomontaggi di Macron bardato in tessuti regali settecenteschi. Sono immagini che contribuiscono al luogo comune secondo cui i francesi sono sempre tentati dal fare la rivoluzione, ovviamente sul modello del 1789.

Dev'essere per il fascino che ha questa evocazione, se i tumulti d'Oltralpe vengono osservati in Italia e anche altrove in Europa con un silenzio carico di sottintesi, quando non con un filo di simpatia, speculare all'antipatia che invece ispira il presidente in carica: troppo giovane, troppo ricco, troppo arrogante. Come dire: in fondo se l'è cercata. Ed è un sentimento che accomuna, almeno da noi, ambienti di destra e di una certa sinistra massimalista.

Viceversa servirebbe una lettura meno superficiale: in fondo il dramma che investe una delle più importanti democraz…

"Abbiamo decapitato Luigi XVI, possiamo farlo di nuovo" si canta nelle strade di Parigi in mezzo ai cassonetti incendiati. A dar forza alla promessa ci sono i fotomontaggi di Macron bardato in tessuti regali settecenteschi. Sono immagini che contribuiscono al luogo comune secondo cui i francesi sono sempre tentati dal fare la rivoluzione, ovviamente sul modello del 1789.

Dev'essere per il fascino che ha questa evocazione, se i tumulti d'Oltralpe vengono osservati in Italia e anche altrove in Europa con un silenzio carico di sottintesi, quando non con un filo di simpatia, speculare all'antipatia che invece ispira il presidente in carica: troppo giovane, troppo ricco, troppo arrogante. Come dire: in fondo se l'è cercata. Ed è un sentimento che accomuna, almeno da noi, ambienti di destra e di una certa sinistra massimalista.

Viceversa servirebbe una lettura meno superficiale: in fondo il dramma che investe una delle più importanti democrazie del mondo riguarda tutti, nella vecchia Europa. Meglio quindi restare ai fatti.

In primo luogo, in questi giorni s'incendiano i contenitori della spazzatura, non le Tuileries come nella Comune parigina del 1871. E se il re qualche decennio prima era andato alla ghigliottina, come a tutti è noto, non fu per aver allungato di due anni l'età pensionabile, ma per un dissesto assai più grave che aveva travolto la nazione.

Il brivido estetizzante dello sciopero generale e della piazza che insorge non dovrebbe far dimenticare il nesso tra cause ed effetti. Quella di Macron è una riforma del sistema pensionistico in linea con le esigenze di tutte le società avanzate, dove la vita media si allunga. Da noi il limite è stato portato a 67 anni senza soverchie proteste; e infatti c'è chi se ne rammarica ("avremmo dovuto fare come in Francia").

Il presidente francese può aver sbagliato nella comunicazione e oggi paga anche quel suo tono elitario, opposto al populismo di moda. Tuttavia è strano che pochi abbiano apprezzato la sua affermazione, secondo cui quel che conta non è la popolarità del governante, bensì il bene della nazione.

Una frase assai simile, ed è un aspetto singolare, a quella pronunciata da una figura molto lontana da Macron sul piano politico: la premier Giorgia Meloni. Che l'altro giorno alla Camera ha espresso gli stessi principi parlando di quel che l'Europa deve fare per l'Ucraina. E questo è un terreno su cui Parigi e Roma possono intendersi.

In ogni caso, occorre decidere come si vogliono giudicare gli avvenimenti in Francia. È l'inizio di una rivoluzione contro la dittatura? O è un'ondata di disordini destinata a esaurirsi come è accaduto in passato (basta ricordare i "gilet gialli")? Inutile dire che alla prima ipotesi non crede nessuno, salvo qualche tardo epigono dell'agitatore Georges Sorel. Potrebbe piacere a chi sogna la destabilizzazione, ma in tal caso bisogna guardare a Est, ossia a Mosca.

Siamo lontani da quell'esito soprattutto perché la Francia non è una dittatura, ovviamente. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, ha spiegato che la procedura seguita da Macron, con il voto di "fiducia" al governo, è del tutto lineare e razionale quando l'esecutivo non dispone di una maggioranza all'Assemblea.

L'altra prospettiva, l'esaurirsi dei gravi disordini, conduce al quesito: cosa accadrà poi? Nel 2017 l'attuale segretario della Cgil, Landini, disse che avrebbe votato Macron, se fosse stato francese, per opporsi al "fascismo", ossia al lepenismo. A maggior ragione quell'analisi ha valore oggi.

A breve termine la "maggioranza silenziosa" dei francesi può premiare Macron, come premiò De Gaulle nel 1968. Ma alla lunga, non essendo più candidabile il presidente, il vantaggio andrà a Marine Le Pen, che attende paziente. Magari in un Paese diviso a metà tra lei e Mélenchon. Paradossale esito della rivoluzione di marzo.