✕

Meloni e l'antifascismo da cancellare

Ascolta l'audio

La premier scivola in quello che lo storico Emilio Gentile chiama cancellazionismo. E il 25 aprile si avvicina
2 minuti di lettura

Non è la prima volta che la premier Meloni s’inceppa davanti alla parola antifascismo. Si potrebbe pensare a una forma di dislessia storica, a una patologia lessicale non ancora sufficientemente studiata, se non si trattasse di una faccenda molto seria per la quale lo storico Emilio Gentile ha coniato la formula di “cancellazionismo”. Esso avviene quando si perde il rapporto tra le parole e le cose. Forse l’antifascismo è stato depennato dal lessico civile della presidente del Consiglio perché il solo nominarlo la costringerebbe a fare i conti con il fascismo. Operazione finora risolutamente evitata.


In realtà il lemma antifascismo non è stato completamente espunto d…

Non è la prima volta che la premier Meloni s’inceppa davanti alla parola antifascismo. Si potrebbe pensare a una forma di dislessia storica, a una patologia lessicale non ancora sufficientemente studiata, se non si trattasse di una faccenda molto seria per la quale lo storico Emilio Gentile ha coniato la formula di “cancellazionismo”. Esso avviene quando si perde il rapporto tra le parole e le cose. Forse l’antifascismo è stato depennato dal lessico civile della presidente del Consiglio perché il solo nominarlo la costringerebbe a fare i conti con il fascismo. Operazione finora risolutamente evitata.


In realtà il lemma antifascismo non è stato completamente espunto dal vocabolario della premier. E la questione è ancora più grave perché il termine viene solitamente associato a teppismo, sopraffazione, pestaggio a sangue di giovani innocenti. Per Giorgia Meloni l’antifascismo non è rappresentato da Piero Gobetti o dai fratelli Rosselli o da uomini e donne morti durante la guerra di Liberazione - figure mai affiorate nella memoria pubblica di questo governo – ma dai militanti di sinistra che negli anni Settanta si scontravano nelle piazze con quei bravi ragazzi del Movimento Sociale. “La mia ribellione all’antifascismo – ammette con candore nella sua autobiografia – nasce da quella violenza”. L’ha ripetuto nel discorso di insediamento al governo della Repubblica antifascista: non una parola sulla resistenza eroica dei tanti che si opposero a Mussolini, ma solo commozione per i camerati uccisi secondo il più classico martirologio della destra missina.

Oltre, nella sua nuova veste istituzionale, non ha ritenuto necessario andare, fermata sulla soglia del dovere civico dal richiamo più forte delle radici nere. Così la rappresaglia delle Fosse Ardeatine diventa un crimine commesso dai tedeschi non contro gli oppositori politici e gli ebrei, ma contro 335 tra civili e militari “solo perché italiani”. Come se la seconda guerra mondiale avesse visto in campo italiani e tedeschi su fronti opposti, e non gli antifascisti da una parte e i nazifascisti dall’altra, complici molti connazionali da cui discende la famiglia politica di Meloni. Tutti italiani, certo. Ma con un’idea molto diversa di patria: libera e democratica da una parte, asservita alla dittatura dall’altra.


D’altra parte, nel revisionismo della premier, la seconda guerra mondiale non è altro che una resa dei conti tra Paesi egualmente feroci. Non crediate, avvisava dalle pagine del suo bestseller, che le democrazie occidentali abbiano combattuto il nazifascismo in nome della libertà e dell’eguaglianza, perché erano società razziste pure loro, capaci dei peggiori misfatti. Tutti razzisti, tutti eguali. Ma non riconoscere la carica ideale che ci liberò dal giogo nazista significa liquidare l’eredità valoriale dell’antifascismo, la stessa su cui si fonda la rinascita democratica, dell’Europa e dell’Italia.


C’è un problema, dunque. E non è solo una questione lessicale. Il professor Gentile, massimo storico del fascismo, nel suo nuovo libro sul totalitarismo cita l’ammonimento del vecchio Misone, uno dei sette saggi. “Indaga le parole a partire dalle cose, non le cose a partire dalle parole”. E oggi la “cosa” è che il premier d’una repubblica democratica fondata sull’antifascismo non riconosce il valore storico e il patrimonio ideale rappresentati da quella cultura politica. Ci avviciniamo al 25 aprile: sarà un’altra un’occasione mancata? Possiamo augurarci da parte del presidente del Consiglio italiano una nitida distinzione tra chi rischiò la vita per la democrazia e chi difendeva la barbarie? Sembra assurdo, ma a ottant’anni quasi dalla Liberazione siamo qui a domandarcelo.