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L’Italia polarizzata nel tumulto europeo

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In Israele e in Francia, due scenari diversi, si sta svolgendo lo stesso dramma collettivo: milioni di cittadini in piazza a chiedere di fatto che il governo legittimo sia rovesciato. O almeno ridotto alla paralisi, con il ritiro delle misure che hanno scatenato la collera popolare. Qui non c’entra il giudizio di merito sulle leggi contestate. Il problema è la pressione della piazza che tenta, forse riuscendovi, di scardinare il meccanismo istituzionale democratico. Nella storia anche recente non è certo la prima volta che accade, ma le conseguenze sono imprevedibili come sempre. In Israele si fa il parallelo con l’assalto “trumpiano” a Capitol Hill oppure, a seconda dei punti di vista, s’intravede una rinascita morale contro le forzature illiberali di Netanyahu. In Francia non c’è bisogno di ricordare cosa fanno venire in mente le barricate e la folla in marcia. E sullo sfondo persino la Germania ribolle.
L’Italia non è toccata da questa ondata di tumulti, o per meglio dire dai rischi di destabilizzazione che investono due Paesi essenziali per l’equilibrio mediterraneo. Ciò nonostante, chi è meno ottimista può sostenere con ragione che la penisola è esposta agli sbarchi dall’Africa del Nord e anche da Est, come si è visto nelle tragiche giornate di Cutro: l’immigrazione che tende ad andare fuori controllo, con Tunisia e Libia nel caos, costituisce una forma di pressione che alla lunga può mettere in crisi qualsiasi assetto politico.


Nella sostanza il quadro generale si è incupito. L’Italia del centrodestra stava provando a stare in Europa in modo realistico, ossia senza troppe concessioni all’ortodossia europeista ma senza fughe nella vecchia retorica euro-scettica. Tuttavia l’operazione è riuscita a metà, come si è visto a Bruxelles. Abbiamo avuto il rapporto migliorato con il francese Macron in tema di immigrazione: ed è palese l’interesse di Parigi e Roma in questo frangente. Viceversa, l’intesa sui carburanti sintetici, che tiene conto della volontà tedesca e per nulla di quella italiana, è un pessimo segnale circa il peso specifico del nostro governo, nonostante gli sforzi (del resto, sappiamo della polemica sui rischi di perdere qualche rata dei fondi europei). S’intende, l’accordo sui carburanti non è per domani e sulla carta c’è tempo per rimediare. Ma il punto di fondo resta politico.


Un’Europa resa più fragile dalle sue crisi interne, potrebbe essere poco propensa a favorire l’Italia, vista come portatrice di idee eterodosse, diciamo così, nella gestione dell’Unione. Tutti sanno che la premier Meloni sta tessendo un filo con la destra del Partito Popolare e i Conservatori allo scopo di cambiare le alleanze nel Parlamento europeo nel 2024, cioè tra appena un anno. Peraltro, se a Bruxelles si tornasse ad accarezzare il proposito di isolare l’Italia, avremmo un riflesso interno in chiave nazionalista (qualche segnale già si coglie). Fino a ieri l’integrazione della destra italiana nella cornice europea sembrava essere, sulla carta, nell’interesse di tutti: della Commissione come del governo romano. Eppure bastano pochi passi falsi per compromettere il cammino e far riemergere tutte le vecchie diffidenze, che in un’Europa illuminata da mille bagliori rendono meno inverosimili i tentativi di destabilizzazione prima sociale e poi politica.
Quanto all’opposizione, c’è da augurarsi che il nuovo gruppo dirigente del Pd non ceda alla tentazione di radicalizzare sempre più lo scontro dialettico, come stanno facendo i 5S. Al di là del tema dei diritti, che si presta a scelte radicali, le proposte che ci si attendono dalla sinistra riguardano il lavoro e lo sviluppo in chiave riformista, con molta attenzione alla politica estera. Sembra essere l’unica via per costruire nel tempo un’ipotesi di alternativa che oggi non esiste. A maggior ragione in un’Europa e in un Mediterraneo in fiamme.