Da qualche tempo, nel Regno Unito, al leader laburista Keir Starmer è stato affibbiato un soprannome: Prime minister in waiting. Ossia "in attesa di diventare primo ministro", come se fosse una semplice questione di tempo. I media più obiettivi concordano con i sondaggi, che da mesi gli assegnano una ventina di punti di vantaggio sui conservatori, scommettendo che sarà lui a vincere le prossime elezioni, in programma a fine 2024, e a riportare il Labour a Downing Street.
Ci sono tre ragioni dietro una simile previsione. La prima è che il bilancio dei governi conservatori al potere dal 2010 appare disastroso: alla domanda "state meglio di quattordici anni fa?", quando si tornerà alle urne, è probabile che non molti elettori potranno dare una risposta positiva.
La Brexit ha fatto restringere l'economia nazionale del 4 per cento, un danno paragonato dagli esperti a quello provocato dal Covid o dalla crisi energetica caus…
Da qualche tempo, nel Regno Unito, al leader laburista Keir Starmer è stato affibbiato un soprannome: Prime minister in waiting. Ossia "in attesa di diventare primo ministro", come se fosse una semplice questione di tempo. I media più obiettivi concordano con i sondaggi, che da mesi gli assegnano una ventina di punti di vantaggio sui conservatori, scommettendo che sarà lui a vincere le prossime elezioni, in programma a fine 2024, e a riportare il Labour a Downing Street.
Ci sono tre ragioni dietro una simile previsione. La prima è che il bilancio dei governi conservatori al potere dal 2010 appare disastroso: alla domanda "state meglio di quattordici anni fa?", quando si tornerà alle urne, è probabile che non molti elettori potranno dare una risposta positiva.
La Brexit ha fatto restringere l'economia nazionale del 4 per cento, un danno paragonato dagli esperti a quello provocato dal Covid o dalla crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina.
Il succedersi di cinque premier, David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak, di cui tre negli ultimi tre anni, ha trasmesso una sensazione di instabilità politica a cui gli inglesi sono poco abituati.
Lo scandalo che ha costretto Johnson a dimettersi, dando l'impressione che il capo del governo non solo abbia violato le norme sulla pandemia da lui imposte al Paese ma abbia mentito al Parlamento sulle proprie violazioni della legge o si sia comportato in modo sconsiderato, ha lasciato una macchia non facile da dimenticare.
La seconda ragione è che Starmer ha riformato profondamente il Labour dopo le due sconfitte consecutive subite dal suo predecessore Jeremy Corbyn, l'ultima delle quali, nel 2019 contro Johnson, fu la peggiore in quasi un secolo per la sinistra britannica.
Il 60enne ex avvocato dei diritti umani ha rimesso la barra sul riformismo che aveva caratterizzato i governi laburisti di Tony Blair e di Gordon Brown. Ha abbracciato il patriottismo, che Corbyn disprezzava al punto di rifiutarsi di cantare l'inno nazionale per non pronunciare, quando sul trono c'era Elisabetta II, le parole "dio salvi la regina".
Ha ripulito il partito dall'antisemitismo, che Corbyn aveva tollerato se non incoraggiato, un tema su cui Starmer è particolarmente sensibile: la moglie è ebrea, i suoi figli sono di religione ebraica.
Pur essendosi schierato apertamente contro la Brexit nel referendum del 2016 (a differenza di Corbyn, che vedeva l'Unione Europea come un club di banchieri capitalisti), Starmer ha inoltre saggiamente deciso di non riaprire per il momento il dilemma, cercando di unire la popolazione anziché dividerla: promette soltanto di lavorare per avere i migliori rapporti possibili con la Ue.
Le difficoltà dello Scottish National Party potrebbero infine permettere al Labour di riconquistare seggi in una regione come la Scozia che era una sua roccaforte. A Starmer viene rimproverato di avere scarso carisma, ma ha rinnovato il partito con risolutezza, compresa la decisione di espellere Corbyn per il rifiuto di scusarsi sull'antisemitismo e per velate critiche agli aiuti militari all'Ucraina.
La terza ragione per cui il Labour appare in procinto di riconquistare la guida del Paese è che in Gran Bretagna il pendolo della politica tende a oscillazioni cicliche.
I conservatori governarono per diciassette anni di fila, tra Margaret Thatcher e John Major. Poi hanno governato per tredici anni i laburisti, con Blair e Brown. Dopo quattordici anni dei Tories, suddivisi tra cinque premier, è verosimile che nel 2024 si chiuderà anche il loro ciclo.
Naturalmente non si può escludere che qualche imprevisto cambi la situazione. Ed è possibile che, con "il ritorno degli adulti a Downing Street", come Michael Heseltine, ex braccio destro e poi rivale di Thatcher, ha descritto il passaggio dagli irresponsabili populisti Johnson e Truss al pragmatico Sunak, i conservatori recuperino almeno in parte i consensi perduti.
Ma il segnale che arriva oggi da Londra è chiaro: i progressisti sono vicini a ritornare al governo. Uno sviluppo che merita di essere seguito con attenzione nel resto d'Europa.