Il termine “rivolta” è tornato di attualità. Del resto è una parola, e insieme un evento, con una sua lunga tradizione. Il primo a usare la parola nel significato di “improvvisa ribellione accompagnata da tumulti” è stato Francesco Guicciardini nel 1540. Dopo tre secoli di sanguinose e decisive rivoluzioni che hanno determinato il cambiamento di regimi sociali e politici, ora siamo immersi nell’età delle rivolte. Oggi non trascorre anno che non ve ne sia una, e sempre più spesso anche due o tre in tutto il mondo, da Atene a Roma, da Parigi a Londra, dal Portogallo al Brasile. Il capitalismo finanziario e digitale, figlio della rivoluzione tecnologica degli ultimi sessant’anni, non prevede più rivoluzioni politiche ma solo rivolte: Goodbye Revolution.
Il termine “rivolta” è tornato di attualità. Del resto è una parola, e insieme un evento, con una sua lunga tradizione. Il primo a usare la parola nel significato di “improvvisa ribellione accompagnata da tumulti” è stato Francesco Guicciardini nel 1540. Dopo tre secoli di sanguinose e decisive rivoluzioni che hanno determinato il cambiamento di regimi sociali e politici, ora siamo immersi nell’età delle rivolte. Oggi non trascorre anno che non ve ne sia una, e sempre più spesso anche due o tre in tutto il mondo, da Atene a Roma, da Parigi a Londra, dal Portogallo al Brasile. Il capitalismo finanziario e digitale, figlio della rivoluzione tecnologica degli ultimi sessant’anni, non prevede più rivoluzioni politiche ma solo rivolte: Goodbye Revolution.
Diversi decenni fa Furio Jesi in un suo dattiloscritto pubblicato postumo, intitolato Spartacus. Simbologia della rivolta, evocava Rimbaud e la Comune di Parigi per descrivere quel territorio della rivolta moderna che è la città. La sua lettura esaltava il passaggio dall’Io individuale al Noi dei rivoltosi, entità provvisoria e labile, estatica e violenta a un tempo. Jesi spiegava che questo fenomeno non è solo un fatto politico, ma prima di tutto estetico, come mostrano le stesse immagini che ci provengono dai quattro angoli del Pianeta con uomini e donne che vivono il rito del tumulto e della sovversione come una festa. La rivolta infatti, qualunque siano le sue motivazioni più profonde, instaura un tempo diverso da quello quotidiano segnato dagli orologi, un tempo estatico, come ha scritto in un suo libro Pierandrea Amato, La rivolta (Cronopio 2005). Pier Paolo Pasolini aveva compreso negli anni Sessanta del XX secolo che mentre alle rivoluzioni seguono immancabilmente le restaurazioni, la forza dell’arrabbiato sembra più capace di quella del rivoluzionario di sovvertire l’ordine costituito.
I filosofi francesi Alain Badiou e Jacques Rancière hanno paragonato la rivolta alla catastrofe, al collasso, quello cui ci ha abituato a partire dal 2008 il capitalismo finanziario: l’unica risposta possibile a una società che non sembra avere più alcun fondamento sicuro, nessuna teoria per giustificare il proprio dominio se non la coercizione e l’uso della forza nei regimi dittatoriali, o il consumo nelle democrazie occidentali. I rivoltosi che scendono nelle strade delle città mostrano che l’evento cui danno forma è ispirato da una caotica e spontanea volontà di vivere, che prescinde da ogni forma di democrazia rappresentativa. Il post-marxismo, le stesse ideologie tradizionali, comprese quelle neoliberali, non riescono a leggere e interpretare le accensioni improvvise che di anno in anno si manifestano in occasione dei più diversi eventi: aumento del prezzo dei carburanti, alzamento dell’età pensionistica, manifestazioni di razzismo.
Due sono dunque le caratteristiche della rivolta moderna: l’accadimento estatico simile a quello della festa, sia nella versione religiosa che laica, e la perdita dell’idea di identità politica. Il Noi appare e scompare, e il suo tempo è quello dell’istante stesso senza nessuna pretesa di durare oltre il momento in cui si manifesta. La stessa crisi della democrazia rappresentativa porta con sé la nascita di soggetti fluidi, fluttuanti, impossibili da intercettare in anticipo, che irrompono nella scena politica per poi scomparire. La rivolta ha come fine solo sé stessa; non fonda alcuna società nuova o utopica, ma vive nel momento in cui accade: arde improvvisa e altrettanto rapidamente si ecclissa. La stessa condizione di precarietà in cui vivono gli individui nelle società tardocapitaliste, la scomparsa dei grandi partiti di massa, e insieme delle organizzazioni dei cosiddetti corpi intermedi, lasciano spazio alla fionda di David contro Golia, dove però il gigante colpito risorge prestamente sotto altre forme e altre identità: senza fine.
L’uomo in rivolta di Camus è la epitome della nostra condizione quotidiana, compresa quella della ribellione delle giovani generazioni, cui è stato sottratto il Futuro, ovvero la speranza d’un cambiamento radicale delle forme di vita. Dobbiamo prepararci a vivere in un tempo diverso da quello di chi ci ha preceduto, un tempo che non sembra avere una direzione determinata, ma procede imperterrito di collasso in collasso, di crisi in crisi, incamerando il senso della precarietà quale forma stessa della stabilità. Come ha scritto in anticipo Italo Calvino: “Giorni di catastrofe sono tutti i giorni in cui non succede nulla”.