Fino a che punto si spingerà il mutamento degli equilibri politici in Europa, non è dato sapere. È tuttavia evidente che sia in atto un processo rilevante, in parte conseguenza della guerra nelle terre orientali, in parte figlio dell’incertezza sociale. La Finlandia è solo l’ultimo tassello di uno slittamento a destra che ha già interessato la Svezia e che nei prossimi mesi potrebbe investire altri paesi, dalla Polonia alla Spagna attesa alle urne in autunno.
È peraltro tutto da dimostrare che la svolta politica in corso favorisca “tout court” i progetti europei di Giorgia Meloni. Progetti ormai ben noti: una maggioranza tra il Partito Popolare post-Merkel e la galassia dei conservatori da realizzare all’indomani del voto del 2024 per il Parlamento di Bruxelles/Strasburgo. La strada è lunga e le contraddizioni da risolvere sono tante, a cominciare dalla linea che il Ppe vorrà adottare. Prima di questo approdo tutto politico, ci sono questioni vicine e addirittura vicinissime da risolvere. Questioni anch’esse politiche, s’intende, ma intrecciate con rilevanti profili tecnici. Ancora una volta si parla del Pnrr. Da parte italiana, i ritardi e le incongruenze ci sono e ha poco senso negarlo. Il problema è come uscire dal labirinto senza danni per il paese. E senza aizzare uno scontro sulle responsabilità, remote e meno remote, di tali ritardi: scontro che equivale a una sorta di suicidio collettivo nel momento in cui l’interesse nazionale consiglierebbe di remare tutti nella stessa direzione, almeno per un breve tratto.
Naturalmente la convergenza non si realizzerà, dal momento che le Camere sono profondamente divise, e per certi aspetti è bene che lo siano come effetto della polarizzazione del 25 settembre. Tuttavia l’idea di sospendere le ostilità per qualche tempo, così da presentarsi di fronte alla Commissione in modo credibile, in vista di un’intesa più generale che permetta all’Italia di gestire al meglio i fondi europei, è tutt’altro che peregrina. Abbastanza inverosimile nella pratica, ma ragionevole. E viene da dar ragione a un consumato democristiano (l’ultimo…) come Pierferdinando Casini che ha avanzato una proposta in tal senso. Del resto, anche il presidente dell’Abi, Patuelli, si pone il problema di evitare i ritardi, compresi quelli non dovuti a negligenze o strozzature burocratiche: ad esempio suggerisce di anticipare con un decreto legge gli incentivi fiscali alle imprese, invece di aspettare i tempi lunghi del disegno di legge delega, i cui effetti saranno visibili verso la fine della legislatura.
Come si vede, c’è materia per intervenire in modo razionale prima che sia il paese a pagare il prezzo di un’inerzia politica o magari di errori dovuti all’inefficienza della macchina pubblica. Poi va valutato l’altro aspetto del problema, quello che riguarda la Commissione. Anche qui, il punto è politico. Si vuole incoraggiare una trattativa, ossia un compromesso sul Pnrr? Ovvero si preferisce “punire” l’Italia e il suo governo sovranista? Tutto suggerisce che la prima soluzione sia ispirata al buonsenso. Destabilizzare l’Italia, nonostante i passi falsi e gli errori compiuti, vuol dire innescare un contraccolpo dagli effetti imprevedibili. Per meglio dire: in un’Europa che va a destra, si rischia di accelerare i nazionalismi, anziché debellarli. Di conseguenza, anche l’ipotesi di un accordo Ppe-Conservatori dopo le elezioni del ‘24 potrebbe esserne incoraggiata. Tutto quello che alimenta l’inquietudine economica e il malessere sociale nell’Europa di oggi merita una risposta nel segno della prudenza e di una certa lungimiranza.