La Dottrina Powell contro Trump
di Gianni Riotta , di Gianni RiottaIn un saggio sulla rivista Foreign Affairs, giusto nell’inverno di 30 anni fa, Colin Powell, allora generale capo di Stato Maggiore Usa e futuro Segretario di Stato, pose le basi della sua dottrina, detta “Forza Decisiva”: dopo la Guerra Fredda, gli Stati Uniti sarebbero intervenuti in un conflitto solo mobilitando in campo ogni risorsa a disposizione, militare, diplomatica, politica, senza risparmio. Ribattezzata dai columnist “Dottrina Powell”, la strategia guida, fino ad oggi, la nazione in armi.
Alvin Bragg, District Attorney di Manhattan che ha rinviato a giudizio Donald Trump per 34 capi di accusa, fatto senza precedenti nella storia americana per un ex presidente, aveva allora 19 anni e studiava ad Harvard University, matricola …
In un saggio sulla rivista Foreign Affairs, giusto nell’inverno di 30 anni fa, Colin Powell, allora generale capo di Stato Maggiore Usa e futuro Segretario di Stato, pose le basi della sua dottrina, detta “Forza Decisiva”: dopo la Guerra Fredda, gli Stati Uniti sarebbero intervenuti in un conflitto solo mobilitando in campo ogni risorsa a disposizione, militare, diplomatica, politica, senza risparmio. Ribattezzata dai columnist “Dottrina Powell”, la strategia guida, fino ad oggi, la nazione in armi.
Alvin Bragg, District Attorney di Manhattan che ha rinviato a giudizio Donald Trump per 34 capi di accusa, fatto senza precedenti nella storia americana per un ex presidente, aveva allora 19 anni e studiava ad Harvard University, matricola afroamericana nel college della classe dirigente. Certo, sarà rimasto impressionato nel vedere il carismatico generale Powell, primo capo di stato maggiore afroamericano, ragionare di American Way of War, cultura bellica razionale del Paese.
A sorpresa, nel rompere gli indugi del suo predecessore Cyrus Vance jr., e in attesa che i magistrati della Georgia e lo staff dell’inchiesta federale di Washington decidano se mandare alla sbarra Trump anche per i casi di brogli elettorali e rottura del segreto di Stato, Bragg applica nell’aula giudiziaria di Downtown Manhattan la dottrina del saggio, e sfortunato, generale Powell: tutta la forza in campo contro gli avversari, senza tirarsi indietro, mai.
Il District Attorney, infatti, ha dapprima giocato d’anticipo sul team della difesa di Trump, pur guidato dall’astuto avvocato italoamericano Joe Tacopina, mantenendo riservati lavori e tempi del Grand Jury di New York. Poi, invece di accusare l’ex presidente repubblicano su un singolo caso, il pagamento di 130.000 dollari sottobanco all’amante pornostar Stormy Daniels, forse con fondi destinati alla campagna elettorale, grave violazione che comporta fino a 4 anni di reclusione, ha presentato ai giurati un dossier meglio articolato.
Poiché Trump bramava l’omertà della Daniels non per vergogna privata, o temendo di turbare famiglia e terza moglie, ma per mantenere intatte le speranze di elezione alla Casa Bianca, arruolando nella trama amici che compravano i diritti di pubblicazione sulle tresche, inclusa quella con una ex modella di Playboy e una dipendente, salvo poi censurarle, argomenta Bragg, si tratta di chiara cospirazione contro la Repubblica.
Altro che disguido fiscale da conciliare con un’ammenda, come il Trump palazzinaro ha fatto mille volte, il castello dei silenzi implica una manovra occulta, tessuta fra staff della campagna elettorale, reti di affaristi alleati dell’ex presidente, giornali tabloid e tv del gossip di area. Alvin Bragg chiede al giudice Juan Merchan e alla giuria di deliberare su una rete strisciante di illegalità politica ed economica, ben più importante dei sordidi amorazzi, perché ingannava gli elettori con mazzette illecite.
Funzionerà la Dottrina Powell della Forza Decisiva, tradotta in schermaglia giuridica? Trump ha incassato il colpo, mentre il team di ottimi avvocati a sua disposizione prendeva atto che ostinarsi a fare spallucce, parlando di vicenda minore, privata, magari infrazione del buon gusto ma legale, non basterà. Trump è subito dopo tornato Trump, lo sarà fino all’ultimo giorno, insultando Bragg da servo di Soros e Mercham da giudice di parte, asservito ai democratici, sebbene il magistrato gli abbia chiesto di moderare i toni, per non incitare i miliziani alla rivolta, come nel 2021 al Campidoglio. Ha raccolto cospicue somme dai finanziatori, online divide il Paese, ma dovrà, in questa Settimana Santa, decidere come liberarsi dalla morsa poderosa di Bragg. Non può più negare un singolo reato, gli tocca smontare l’intera macchina da guerra del presunto intreccio malaffare, eros, politica.
Nessun imputato batte Trump nello sport del cavarsela contro le imputazioni senza pagare, alla fine, pegno. Alvin Bragg, alla Powell, lo affronta non con il fioretto ma con la mazza ferrata, deciso a finirlo, o a essere finito da lui, senza chance di pareggio equanime. Comunque vada, sarà stagione nuova per Donald Trump.
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