L’autonomia differenziata era una promessa del «Programma per l’Italia» con cui la destra vinse le elezioni. Ora un disegno di legge del governo la promette agli italiani — una promessa al quadrato. Con poche chances di realizzarsi in tempi brevi, anche per gli arzigogoli procedurali escogitati dal ministro Calderoli. Non a caso Carlo Calenda l’ha definita «una presa in giro», che chissà quando impegnerà davvero il Parlamento. Ma almeno lui, Calderoli, si è dato un gran daffare. C’è invece un’altra riforma (e un altro ministero: quello guidato da Maria Elisabetta Casellati) su cui tutto tace. Eppure quel ministero trova nelle «Riforme istituzionali» il proprio stesso oggetto, le ragioni che l’hanno generato. Eppure la riforma in questione era in cima alla lista (punto 3 del Programma) dei progetti costituzionali di questo esecutivo: l’elezione diretta del presidente della Re…
L’autonomia differenziata era una promessa del «Programma per l’Italia» con cui la destra vinse le elezioni. Ora un disegno di legge del governo la promette agli italiani — una promessa al quadrato. Con poche chances di realizzarsi in tempi brevi, anche per gli arzigogoli procedurali escogitati dal ministro Calderoli. Non a caso Carlo Calenda l’ha definita «una presa in giro», che chissà quando impegnerà davvero il Parlamento. Ma almeno lui, Calderoli, si è dato un gran daffare. C’è invece un’altra riforma (e un altro ministero: quello guidato da Maria Elisabetta Casellati) su cui tutto tace. Eppure quel ministero trova nelle «Riforme istituzionali» il proprio stesso oggetto, le ragioni che l’hanno generato. Eppure la riforma in questione era in cima alla lista (punto 3 del Programma) dei progetti costituzionali di questo esecutivo: l’elezione diretta del presidente della Repubblica.
Si dirà: meglio così, meglio non farne nulla. Giacché il presidenzialismo sarebbe un’avventura, che potrebbe gettarci nelle mani di qualche spregiudicato avventuriero. Dopotutto, la forma di governo parlamentare in Italia resiste da due secoli, spezzata solamente dal presidenzialismo fascista nel ventennio — un’esperienza di cui non conserviamo un buon ricordo. Inoltre perderemmo il ruolo di garanzia che oggi incarna Mattarella, e di garanzie, in Italia, c’è sempre un gran bisogno. Ma sta di fatto che questa potente innovazione incontra il favore popolare. Già nel 2013 piaceva al 61% degli italiani, stando a un sondaggio Swg; in seguito la percentuale è lievitata ulteriormente. Toccando il 74% nel dicembre 2021, in base a una rilevazione Demos; e comprendendo non soltanto la quasi totalità di chi vota a destra, ma pure il 61% degli elettori del Pd. A sua volta, un altro sondaggio di Analisi politica (gennaio 2023) mostra come il 90% degli intervistati chieda riforme radicali per rimettere in moto lo Stato italiano. E il presidenzialismo è per l’appunto un bel rivolgimento, se non una rivoluzione.
Da qui un dubbio, anzi un sospetto. Se il presidenzialismo porta consensi e voti, se la destra ne ha fatto da sempre una bandiera, allora perché il silenzio in questo primo semestre di governo? Risposta: forse per scansare ogni polemica, per non ostacolare la navigazione dell’esecutivo, già incagliato fra gli scogli dell’economia. E magari con l’idea di tentare un blitz all’ultima curva della legislatura, secondo le nostre peggiori tradizioni. Accadde nel marzo 2001, un minuto prima di sciogliere le Camere, quando la sinistra riscrisse il Titolo V della Costituzione con una maggioranza risicata (4 voti alla Camera, 9 al Senato). Accadde nel novembre 2005, con la Devolution di Bossi e Berlusconi, di nuovo sul volgere della legislatura, di nuovo con un sì del Parlamento ottenuto sul filo del rasoio (8 voti di maggioranza). Accadde infine nell’aprile 2016, per la riforma costituzionale progettata dal governo Renzi, quando le opposizioni abbandonarono l’aula in segno di protesta.
Ma questa volta no, non può accadere. L’elezione diretta del capo dello Stato significa una Costituzione tutta nuova, non un maquillage. E bisogna discuterne per tempo, coinvolgendo gli italiani. Perché c’è da scegliere un modello — francese, americano, russo meglio di no (anche Putin è figlio di un’elezione popolare). E perché la scelta non può venire operata in solitudine da questo Parlamento, frutto di elezioni disertate da 17 milioni di italiani. Né da questa maggioranza, che a causa dell’astensionismo rappresenta solo il 20 per cento dell’elettorato. Serve insomma un metodo che allarghi la partecipazione. E serve pure un’Assemblea costituente, come propongono Marcello Pera e vari altri? Parliamone, anche se l’idea può rivelarsi perniciosa. Chiediamo alla ministra Casellati d’illustrarci il suo pensiero. «Il silenzio è una discussione portata avanti con altri mezzi», diceva Che Guevara. Ecco, vorremmo sapere quali.