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Gli studenti che si tolgono la vita nel tempo del sé

L'ultimo caso a Chieti: il ragazzo si definiva "inutile" e "inconcludente"
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Un uomo di ventinove anni si è ucciso giovedì a Chieti, frequentava la facoltà di Medicina. Nelle note lasciate, lo studente sceglie per sé gli aggettivi "inutile" e "inconcludente". Aveva detto, come pure succede, di aver superato esami che non aveva ancora superato.

Gli studenti si tolgono la vita. Emma Ruzzon, il 13 febbraio scorso, all'apertura dell'anno accademico dell'università di Padova, aveva elencato i morti, identificando nell'obbligo sociale all'eccezionalità e all'eccellenza, quelle diserzioni. L'epoca nella quale viviamo richiede, infatti, rapprese…

Un uomo di ventinove anni si è ucciso giovedì a Chieti, frequentava la facoltà di Medicina. Nelle note lasciate, lo studente sceglie per sé gli aggettivi "inutile" e "inconcludente". Aveva detto, come pure succede, di aver superato esami che non aveva ancora superato.

Gli studenti si tolgono la vita. Emma Ruzzon, il 13 febbraio scorso, all'apertura dell'anno accademico dell'università di Padova, aveva elencato i morti, identificando nell'obbligo sociale all'eccezionalità e all'eccellenza, quelle diserzioni. L'epoca nella quale viviamo richiede, infatti, rappresentazione del sé, pretende il racconto della propria eccezionalità o particolarità, come altre epoche hanno richiesto forza, coraggio o spirito di sacrificio. Forse, non si ripete abbastanza che i percorsi scolastici sono appunto percorsi, e ognuno li fa a modo proprio. Forse, non si ripete abbastanza che chi studia non è moralmente o eticamente superiore a chi, dopo gli anni scolastici che sono un diritto e un dovere costituzionale, decide di smettere. Forse, non si dice abbastanza che l'istruzione e la cultura sono due cose differenti, la prima è orizzontale, è appunto un diritto e un dovere, e la seconda è verticale, è, insomma una scelta. Come quella di avere addominali scolpiti o portare i capelli verdi, bianchi o blu, imparare una lingua straniera, saper fare la marmellata o coltivare i carciofi, o tutte queste cose insieme. Cultura, a pensarci bene, non è altro che un sinonimo funzionale di scelta. La cultura porta dunque alla certezza che altri possano scegliere e, in fondo, alla possibilità di partecipare di un mondo in cui le scelte di tutti possano coesistere. La coesistenza - ha detto la scrittrice Anilda Ibrahimi, i suoi libri sono pubblicati da Einaudi - è un concetto più interessante dell'inclusività. Nella coesistenza non c'è graduatoria, gara, rappresentazione. La coesistenza è un concetto politico, ecologico, civile, sociale e pure sentimentale. L'esistenza, oggi, pretende rappresentazione del sé, la coesistenza no, perché ci sono gli altri insieme a noi.

Torniamo allo studente che si è tolto la vita, e a tutti gli altri, che lo hanno fatto sotto la spinta irresistibile di non essere abbastanza. Torniamo alla cultura, a scegliere, dunque a desiderare.

Cosa succede al desiderio in un'epoca che non solo chiede rappresentazione ma in cui la formazione sostituisce lo studio? Ci si forma per acquisire competenze, si studia per capire o rincorrere curiosità. Le competenze hanno bisogno di certificazioni e di titoli, capire è un processo che non necessita di pezzi di carta ma che esercita a smontare e mettere in discussione tutto, anche il modo in cui, tu stesso, hai conseguito un certo titolo, per esempio. Cosa succede quando la formazione, per prassi politica ventennale, sostituisce lo studio?, quando la scuola pubblica soffre per mancanza di immaginazione e finanziamenti e l'accesso allo studio, così come prescritto dalla Costituzione, non viene garantito? Succede che certi titoli conseguiti somigliano all'ultimo modello di smartphone, a una certa automobile, a certe scarpe abiti viaggi, somigliano cioè a meriti economici o sociali. Quando, accanto a "Istruzione", nel ministero omonimo, è comparso il termine "Merito" mi sono chiesta quanto quel merito, senza niente intorno - niente riforme scolastiche, niente copertura economica per le borse di studio accademiche - si sarebbe rivelato una conferma economica o sociale e sarebbe stato l'ultimo peso su chi, studiando per desiderio, si è ritrovato in un percorso formativo nel quale domandarsi, a ogni passo, se si è adatti o no.

Penso sempre a un racconto di Fleur Jaeggy - un racconto dell'orrore, un orrore realista, sociale, perché non c'è bisogno di fantasmi o morti viventi per provare terrore e inquietudine - si intitola Sono il fratello di XX e dà il titolo alla raccolta omonima pubblicata da Adelphi nel 2014. Ecco, il fratello di XX, protagonista dice: "Quando ha finito di parlare dell'importanza degli esami, dell'importanza di riuscire nella vita, dell'importanza della laurea, dell'importanza di vivere, mi sento un uomo finito. L'importanza ha il sopravvento totale su di me. Mi ha annientato. Mi annienta."