Dalla visita di Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen in Cina emergono due risultati diversi. E apparentemente in contraddizione. In realtà sono connessi e rappresentano due facce della stessa medaglia. Si tratta di due bilanci che ancora una volta mostrano quanto l'Europa sia piccola davanti alle sfide globali. Soprattutto se le affronta senza porre sul tavolo per intero il peso dell'Ue.
Il primo registro, allora, riguarda la guerra in Ucraina. L'esito si sta rivelando piuttosto negativo. Ricorda molto da vicino i tentativi compiuti poco più di un anno fa dallo stesso presidente francese con Vladimir Putin. Macron pensava di poter fare da solo. Di poter persuadere il "collega" russo e evitare così la guerra contro Kiev. Ascrivendosene il merito.
Furono invece colloqui sterili. Rivelarono la debolezza europea e la fragilità di un Paese, la Francia, che troppo spesso si appella alla sua forza nucleare dimenticandosi di non essere pi&…
Dalla visita di Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen in Cina emergono due risultati diversi. E apparentemente in contraddizione. In realtà sono connessi e rappresentano due facce della stessa medaglia. Si tratta di due bilanci che ancora una volta mostrano quanto l'Europa sia piccola davanti alle sfide globali. Soprattutto se le affronta senza porre sul tavolo per intero il peso dell'Ue.
Il primo registro, allora, riguarda la guerra in Ucraina. L'esito si sta rivelando piuttosto negativo. Ricorda molto da vicino i tentativi compiuti poco più di un anno fa dallo stesso presidente francese con Vladimir Putin. Macron pensava di poter fare da solo. Di poter persuadere il "collega" russo e evitare così la guerra contro Kiev. Ascrivendosene il merito.
Furono invece colloqui sterili. Rivelarono la debolezza europea e la fragilità di un Paese, la Francia, che troppo spesso si appella alla sua forza nucleare dimenticandosi di non essere più la potenza di un tempo. Né sul piano militare, né su quello economico.
Ecco, in parte il copione ha ricalcato la stessa traccia. Nessuna garanzia di un intervento di Pechino sul suo alleato del Cremlino. Nessuna assicurazione concreta sull'eventualità di un contatto con il presidente ucraino. Nessuna ipotesi pragmatica di una mediazione in grado davvero di condurre ad una tregua o ad un cessate il fuoco.
La partecipazione ai colloqui della presidente della Commissione europea è apparsa in primo luogo un modo per evitare che il passo francese fosse troppo lungo per l'ampiezza europea e del fronte occidentale. Von der Leyen si è mossa come un "gendarme" pronto a controllare le mosse dell'Eliseo per conto degli Stati Uniti.
Perché, nonostante la telefonata di un paio di giorni fa tra Biden e Macron, la Casa Bianca non si fidava affatto delle intenzioni francesi. O meglio era decisamente più consapevole che ogni tentativo sarebbe stato un insuccesso in questa fase. Perché Pechino non ha alcuna voglia di fermare la guerra ora e perché Mosca non ha alcuna disponibilità a far trattare da Xi i suoi affari.
Se c'è un negoziato, lo vorrà gestire direttamente Putin con il presidente americano. Senza intermediari. Il rischio semmai era quello di esporre l'alleanza che sostiene l'Ucraina al punto da renderla meno forte. Von der Leyen aveva esattamente la funzione di evitare questo pericolo.
Poi c'è il secondo registro. Per certi aspetti più scivoloso. Perché mette in mostra quanto ancora l'Europa sia dipendente dalla Cina. E perché era nascosto dallo "schermo" ucraino. Si concentra sulla necessità di non tagliare i ponti con Pechino sul piano economico e commerciale.
Basti pensare che una missione studiata - o almeno propagandata - per invitare il "Dragone" a mediare tra Putin e Zelensky, contenesse al suo interno un accordo per vendere 160 aerei della Airbus.
Il Vecchio Continente, insomma, non può fare a meno di Pechino. Se solo si fa riferimento alla quantità di "terre rare", i minerali indispensabili soprattutto per costruire tecnologie, importate dalla Cina, si capisce che la Cina è ancora molto "vicina" all'Europa. La quale ha l'obbligo di mantenere una relazione.
Tagliare i ponti significherebbe ridurre il benessere degli europei. È evidentemente una debolezza. Se a questo fattore si somma la circostanza che il 50 per cento della crescita che si registrerà nel 2023 sarà determinato dalla Cina e dall'India, il totale diventa schiacciante.
Il tutto allora induce Xi a sentirsi una delle guide del mondo se non "la" guida. Cerca come interlocutore naturale solo Washington. E lo fa proclamando in maniera piuttosto esplicita la volontà di dominare tutto l'Est del mondo. Sicuramente Taiwan e tutto l'Indopacifico, da cui passa circa il 70 per cento dei commerci globali. Arrivando a mettere sotto pressione persino l'antico rivale, il Giappone. In questo caso la risposta europea si è limitata a chiedere la revisione dei vecchi accordi.
Ma l'esito da cui tutti devono tenersi distanti è proprio l'accettazione di uno stato di fatto che nel lungo periodo può diventare egemonia. I rapporti con Pechino vanno intrattenuti ma senza legittimarne le pretese. Macron e Von der Leyen lo hanno fatto?