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Il complesso di inferiorità della destra

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Quello che emerge dal convegno "Pensare l'mmaginario italiano" è la tentazione permanente di attribuire tanta povertà creativa e tanta penuria letteraria e artistica alla cospirazione del nemico
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Narrano le cronache più maliziose che, durante il convegno "Pensare l'immaginario italiano", promosso da circoli e intellettuali di destra, più di uno dei partecipanti si sia così rammaricato: a noi, nessuno ha mai chiesto di condurre il Festival di Sanremo. Si intendeva dire, immagino, che la mancata gestione di una poderosa macchina di opinione come il Festival contribuirebbe a spiegare la condizione di minorità della cultura di destra.

Ora, immaginare che la Rassegna della canzone possa essere presentata, che so?, da Povia in coppia con Hoara Borselli e con la direzione artistica di Stefano Zecchi, può suonare più come una risata dadaista che come una minaccia. Tuttavia, il paradigma-Sanremo per quanto sembri incredibile, continua a rappresentare un test significativo per l'umore della cultura di destra e per i suoi turbamenti.

Certo, il Festival è espressione di un pensiero e di un sentimento di minoranza, ma di …

Narrano le cronache più maliziose che, durante il convegno "Pensare l'immaginario italiano", promosso da circoli e intellettuali di destra, più di uno dei partecipanti si sia così rammaricato: a noi, nessuno ha mai chiesto di condurre il Festival di Sanremo. Si intendeva dire, immagino, che la mancata gestione di una poderosa macchina di opinione come il Festival contribuirebbe a spiegare la condizione di minorità della cultura di destra.

Ora, immaginare che la Rassegna della canzone possa essere presentata, che so?, da Povia in coppia con Hoara Borselli e con la direzione artistica di Stefano Zecchi, può suonare più come una risata dadaista che come una minaccia. Tuttavia, il paradigma-Sanremo per quanto sembri incredibile, continua a rappresentare un test significativo per l'umore della cultura di destra e per i suoi turbamenti.

Certo, il Festival è espressione di un pensiero e di un sentimento di minoranza, ma di una minoranza talmente vitale da condizionare lo spirito del tempo. E lasciare traccia ben oltre il perimetro di quanti, in quel pensiero e in quel sentimento, si rispecchiano.

Le preferenze, le opzioni morali e gli stili di vita che la manifestazione di Sanremo esprime a suo modo e, dilatandoli, riproduce, valgono non tanto per il numero (circa 12 milioni) di quanti seguono lo spettacolo televisivo: valgono assai più, perché quella minoranza viene accettata e legittimata dalla maggioranza (i restanti circa 47 milioni di italiani).

È questo il fondamento del pluralismo etico e culturale della nostra società, dove si è affermato un relativismo, cui non corrisponde - contrariamente a quanto ritengono intellettuali reazionari e una parte delle gerarchie cattoliche - un deserto morale, bensì una pluralità di morali parziali.

Rispetto a questo, il problema della destra non è, in primo luogo, l'occupazione della Rai o di altre istituzioni culturali: strumenti utili ma palesemente insufficienti rispetto al fine di sconfiggere quella che si ritiene "l'egemonia culturale della sinistra".

Il paradosso è che un orientamento emotivo e culturale di destra in Italia c'è eccome. Esso forma un senso comune largamente presente e forse maggioritario, ma a produrlo non sono le pagine culturali, pur pregevoli, de Il Giornale o i libri di Marcello Veneziani. Sono Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Sono loro gli intellettuali che formano la mentalità condivisa di quel mondo.

Gli intellettuali di professione, gli scrittori, i giornalisti di destra e le loro reti culturali sembrano lontanissimi dall'arrivare a svolgere quel compito. Ricordate un romanzo, una raccolta di versi, una opera d'arte o di architettura di buona qualità dell'ultimo mezzo secolo il cui autore rivendichi la propria appartenenza alla destra? O che la destra abbia fatto propri perché vi ritrovava valori condivisi?

Sarà un caso ma gli scrittori più citati dalla cultura di destra sono Giuseppe Prezzolini, nato nel 1882, e Leo Longanesi, nato nel 1905. Gli altri - da Pier Paolo Pasolini a Giovanni Testori - sono, come dire, "appropriazioni", certo legittime, ma del tutto inadatte a costituire un patrimonio utilizzabile nella battaglia culturale.

Dunque, quello che emerge da quel convegno e dalle allocuzioni ministeriali è piuttosto un gigantesco complesso di inferiorità. E la tentazione permanente di attribuire tanta povertà creativa e tanta penuria letteraria e artistica alla cospirazione del nemico. Le cause sono altre e non le si possono qui approfondire, ma tra esse c'è, non troppo paradossalmente, l'effetto di desertificazione prodotto dal regime fascista sulla cultura di destra del Secondo Dopoguerra.

Quel complesso di inferiorità si manifesta attraverso due stati d'animo. Innanzitutto, il revanscismo: l'ossessiva voglia di rivincita di chi si è sempre pensato come "esule in patria" (copyright Marco Tarchi); e che, dopo il voto del 25 settembre, sogna la rivalsa per le frustrazioni patite. Ne consegue, ecco il secondo stato d'animo, una costante acidità di stomaco nei confronti di quella che si considera la sinistra culturale (e che, in realtà, è tutto un pulviscolo di opinioni disperse).

Da qui - ne fanno fede i giornali di destra - la concentrazione compulsiva verso quelli che sono ritenuti i simboli di quella stessa sinistra: da Roberto Saviano a Michela Murgia. Di questi si indagano minuziosamente parole e atti, contraddizioni e debolezze. Con una vocazione alla character assassination che oscilla tra il risentimento degli sconfitti e l'invidia - il più indicibile tra i vizi - di chi non ce l'ha fatta.

Lo conferma il grande spazio che la destra giornalistica dedica alla cultura di sinistra, finendo con il rafforzarne la visibilità, se non addirittura la capacità di attrazione.

È un'ulteriore spia della fragilità dell'apparato culturale della destra che, mentre trionfa nelle urne e nel senso comune, si condanna a vivere di rimessa. O a coltivare sistemi di pensiero rassicuranti.

Un intellettuale di destra, non solo garbato ma anche colto, come Alessandro Giuli, intervistato da La Stampa, nel tracciare la mappa dei suoi referenti ideali, finisce con il confermare una impostazione malinconicamente conservatrice (pur dichiarandosi "uno tra i più progressisti tra i conservatori").

Ecco, conservazione è la parola chiave, ma guai a interpretarla in maniera superficiale, dal momento che essa cela una grande questione antropologica. In un'Italia che tanti consideravano arretrata, i referendum per il divorzio e per l'aborto, tra gli anni '70 e '80, ottennero la grande maggioranza dei consensi. Oggi, è probabile che un eventuale referendum sull'eutanasia abbia il medesimo esito. Ed è qualcosa che, guarda un po', deve interrogare con altrettanta forza, anche la cultura di sinistra.