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Enea, il neonato lasciato in ospedale a Milano, e le vite degli altri

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Un bambino è figlio della sua storia, non è l'antenna catalizzatrice di tutte le nostre convinzioni
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Di tutto quello che è successo fino all'attimo in cui un bambino di nome Enea è stato trovato nella Culla per la Vita noi non sappiamo niente. Non sappiamo neppure se il biglietto che lo accompagnava è stato davvero scritto dalla madre o da qualcuno che faceva le sue veci, con o senza il suo consenso. Vero o falso che fosse, quel biglietto era una finzione narrativa efficace nel convincere e commuovere: mamma mi ama, ma non può tenermi.

Per pigrizia di sguardo o per eccesso di visione (la nostra, unica e sola) abbiamo deciso di dare a quelle parole una sola interpretazione: la società non permette a questa madre di fare ciò che desidera, prendersi cura del suo bambino. E così ci si è mobilitati con appelli e preghiere, aperture e inviti a ripensarci: alcuni delicati e sinceri, altri decisamente violenti e paternalistici.

Naturalmente, che le cose siano andate così è una possibilità, ma non l'unica: …

Di tutto quello che è successo fino all'attimo in cui un bambino di nome Enea è stato trovato nella Culla per la Vita noi non sappiamo niente. Non sappiamo neppure se il biglietto che lo accompagnava è stato davvero scritto dalla madre o da qualcuno che faceva le sue veci, con o senza il suo consenso. Vero o falso che fosse, quel biglietto era una finzione narrativa efficace nel convincere e commuovere: mamma mi ama, ma non può tenermi.

Per pigrizia di sguardo o per eccesso di visione (la nostra, unica e sola) abbiamo deciso di dare a quelle parole una sola interpretazione: la società non permette a questa madre di fare ciò che desidera, prendersi cura del suo bambino. E così ci si è mobilitati con appelli e preghiere, aperture e inviti a ripensarci: alcuni delicati e sinceri, altri decisamente violenti e paternalistici.

Naturalmente, che le cose siano andate così è una possibilità, ma non l'unica: dietro il non potersi prendere cura le storie potenziali sono molte, e ricomprendono anche le ragioni di una scelta ponderata, voluta. O di un disturbo fisico o mentale per il quale la genitorialità non sarebbe sostenibile.

Inoltre, dietro questo universo c'è la vita di cui noi non sappiamo nulla, quella vita che esiste ed esisterà per sempre nel corredo genetico di Enea e di cui la madre ha avuto cura, decidendo di partorire in ospedale per essere sicura che il bambino ricevesse tutti i controlli e anche per vivere quel contatto fisico che nelle prime ore di vita è così importante e necessario per entrambi, per la madre (anche se ha scelto di non continuare a vivere l'esperienza della maternità) e anche per il bambino, che ne porterà l'impronta.

Ma la verità è che noi, delle vite degli altri, non sappiamo proprio niente. Anche se gli urlatori di certezze la fanno facile, da una parte e dall'altra, di come vadano le vite delle madri e dei bambini è così difficile fare teoria. La teoria non esiste, esistono le storie, esistono le vite. Nessuno studio potrà mai fare nient'altro che ipotesi, nessuna certezza potrà mai ambire ad altro che un po' di statistica.

Tutto quello che accadrà a Enea da ora in poi andrà a comporre la sua personalità insieme a quel passato di cui non sappiamo niente. E se è lecito postulare un'apertura (e anche fare parecchia autocritica sociale) verso un'ipotetica madre che vorrebbe davvero tirar su il suo bambino, si possono altrettanto evitare definizioni grossolane e offensive, come quella di "madre vera" riferita alla biologia, una definizione oscena per tutte le madri che non hanno partorito il loro figlio in ospedale. Le madri adottive.

Di quel bambino di nome Enea, quello di cui ci racconta la mitologia, sappiamo chi fosse la donna che lo ha partorito, ovvero la dea Afrodite, dopo aver sedotto (e abbandonato) Anchise. Sappiamo anche da chi fu allevato: dalle ninfe sul monte Ida, fino a cinque anni, e poi da Chirone.

Quindi non dai suoi genitori biologici, con cui comunque si è poi ricongiunto, fino a portare sulle sue spalle il corpo anziano del padre biologico, quel padre che pure non si occupò di lui bambino. Come può succedere nelle vite delle persone, dove a prendersi cura di una nuova vita per sempre o per un pezzo della sua esistenza non è sempre chi l'ha messo al mondo.

Un bambino è un bambino: è figlio della sua storia, e quella di Enea è ancora tutta da compiersi. Un bambino non è l'antenna catalizzatrice di tutte le nostre convinzioni, quali esse siano: e mentre noi parliamo e parliamo lui ha bisogno di cura, amore, latte. In questo caso, anche di tempo perché si capisca quale sia la strada perché possa crescere nel modo migliore possibile.

Comunque vada, saprà anche Enea, un giorno, che non è vero che si viene al mondo una volta sola, e che questa è stata solo la prima delle sue molte nascite.