✕

Gli orsi e i boschi che ignoriamo

Ascolta l'audio

Che cosa sappiamo di tutti questi animali? Niente, direi. Eppure viviamo o dovremmo vivere insieme. Dove e da chi veniamo educati a entrare in relazione con i selvatici e con il loro habitat?
2 minuti di lettura

Sento il bisogno di un discorso più ampio sullo stato della fauna selvatica in Italia, e sul rapporto che abbiamo con lei. Provo a mettere a disposizione quello che so per tanti anni di letture e di vita in montagna.

Prima di tutto, un dato che non finisce di meravigliarmi: nel nostro Paese così urbanizzato l'habitat degli animali selvatici, ovvero il bosco, occupa 11 milioni di ettari, circa un terzo della superficie totale. È come dire che due terzi dell'Italia sono usati dall'uomo, e un terzo è a disposizione dei selvatici.

Questa superficie è più che raddoppiata dalla metà del Novecento a oggi. Quella fu l'epoca in cui il bosco e i suoi abitanti raggiunsero il minimo storico: la legna si usava per scaldarsi, gli animali per sfamarsi, e la maggior parte dei mammiferi era praticamente estinta, sulle Alpi e sugli Appennini.

Non è quello che leggiamo nelle favole, ma per il nonno di Heidi l'incontro con un …

Sento il bisogno di un discorso più ampio sullo stato della fauna selvatica in Italia, e sul rapporto che abbiamo con lei. Provo a mettere a disposizione quello che so per tanti anni di letture e di vita in montagna.

Prima di tutto, un dato che non finisce di meravigliarmi: nel nostro Paese così urbanizzato l'habitat degli animali selvatici, ovvero il bosco, occupa 11 milioni di ettari, circa un terzo della superficie totale. È come dire che due terzi dell'Italia sono usati dall'uomo, e un terzo è a disposizione dei selvatici.

Questa superficie è più che raddoppiata dalla metà del Novecento a oggi. Quella fu l'epoca in cui il bosco e i suoi abitanti raggiunsero il minimo storico: la legna si usava per scaldarsi, gli animali per sfamarsi, e la maggior parte dei mammiferi era praticamente estinta, sulle Alpi e sugli Appennini.

Non è quello che leggiamo nelle favole, ma per il nonno di Heidi l'incontro con un cervo o un capriolo era un'esperienza rara se non inimmaginabile: nella prima metà del Novecento, gli esseri umani si erano mangiati tutto.

Poi nel Dopoguerra cominciò un'inversione di tendenza: la montagna si spopolò rapidamente (in molte valli si parla di un esodo dell'80% in trent'anni), il tenore di vita aumentò, la pressione antropica sui boschi diminuì di conseguenza. L'uomo va via e subito le piante riconquistano terreno.

Il ritorno degli animali ha una storia più confusa e meno spontanea. Lo stambecco, per esempio, era sopravvissuto soltanto nel Parco del Gran Paradiso, in quanto ex riserva di caccia dei Savoia. Da lì fu reintrodotto in tutto l'arco alpino: significa proprio che gli esemplari venivano addormentati, catturati e trasportati altrove, dove un po' confusi si svegliavano e riprendevano la loro vita (pensate se lo facessero a voi).

Il cervo è stato reintrodotto allo stesso modo, dall'Est e dal Nord Europa. E così il daino, il camoscio e il capriolo, a volte da riserve faunistiche simili ad allevamenti. Tutte queste operazioni condotte autonomamente, senza una vera regia, magari dal singolo parco, dalla Provincia o Regione, o anche dai consorzi venatori, come nel caso del cinghiale: si reintrodusse una specie al solo scopo di poterla cacciare, diciamo pure per divertimento.

Alcune altre, come il lupo, si arrangiarono da sole. Il lupo sopravvissuto nel Parco Nazionale d'Abruzzo iniziò nel Dopoguerra la sua risalita: negli anni Settanta raggiunse l'Appennino Tosco-Emiliano, nei Novanta le Alpi Marittime, e con il nuovo secolo chiuse il cerchio, incontrando da qualche parte delle Alpi i suoi simili che arrivavano dai Balcani. Trovò anche abbondanza di ungulati da cacciare: cinghiali e caprioli soprattutto, altrimenti quella strada non avrebbe potuto farla.

Poi ci sono animali che ci sono sfuggiti di mano: è il caso dell'ibridazione tra cani randagi e lupi. È vero o non è vero? Ci interroghiamo ancora, non lo vogliamo ammettere perché non sappiamo cosa fare, ma è molto probabile che questi animali esistano. Colpa nostra, sono dei nostri errori.

Come i lupi cecoslovacchi che fuggono da un allevamento (ricordate? Erano di gran moda qualche anno fa) e finiscono nei boschi. O i cinghiali immessi per gioco e ormai diventati un animale a metà tra il domestico e il selvatico, da cassonetto dell'immondizia: che mutazioni sono i cinghiali di Roma?

E infine l'orso con cui abbiamo giocato col fuoco: e adesso che dobbiamo riparare ai nostri errori facciamolo almeno nella maniera più indolore per lui, portandolo dove abbia spazio per vivere in pace.

Qui però vorrei estendere il discorso: che cosa sappiamo noi italiani di tutti questi animali? Niente, direi. Eppure viviamo o dovremmo vivere insieme. Dove e da chi veniamo educati a entrare in relazione coi selvatici, una felice novità di cui però non abbiamo né una memoria né una cultura? Un terzo del nostro territorio è bosco, ma come impariamo a conoscerlo e a frequentarlo?

Spero proprio che sembri un'assurdità, a questo punto del mio racconto: nel 2017, mentre il bosco raddoppiava di superficie, nuove specie animali lo popolavano, e la convivenza tra l'uomo e i selvatici si faceva sempre più complicata (e interessante), il Corpo Forestale dello Stato veniva soppresso, fatto confluire nell'arma dei Carabinieri per tagliare i costi.

Ora capiamo che andava piuttosto potenziato, e che di un Corpo Forestale oggi abbiamo grande bisogno, con quel nome o con un altro, militare o civile che sia. Non solo perché curi i nostri boschi, ma perché ci insegni a conoscerli. È ora che l'Italia si accorga di essere anche, per fortuna, un Paese boscoso.