Roberta Pinotti: "Un progetto per l'Africa"
di Roberta Pinotti , di Roberta PinottiCaro Direttore,
durante una recente visita negli Usa, organizzata dall'Assemblea parlamentare della Nato, abbiamo avuto modo di interloquire con il Dipartimento di Stato e il Dipartimento alla Difesa sulle principali sfide di sicurezza che sta affrontando l'Alleanza. Il focus, come è ovvio, è stato incentrato sull'Ucraina ma rispetto al passato emergeva in modo più chiaro, nei nostri interlocutori statunitensi, la consapevolezza di come l'Africa sempre più stia diventando un nuovo terreno di confronto, come giustamente evidenziato da un suo editoriale.
Chiaro campanello d'allarme è stata la votazione all'Onu sulla condanna dell'invasione russa: sui 35 Paesi che si sono astenuti, ben 19 erano africani. La penetrazione economica della Cina, con l'offerta di infrastrutture, investimenti e appannaggio su materiali rari, è strategia che si è sviluppata da tempo. Più recente, ma per certi aspetti ancor…
Caro Direttore,
durante una recente visita negli Usa, organizzata dall'Assemblea parlamentare della Nato, abbiamo avuto modo di interloquire con il Dipartimento di Stato e il Dipartimento alla Difesa sulle principali sfide di sicurezza che sta affrontando l'Alleanza. Il focus, come è ovvio, è stato incentrato sull'Ucraina ma rispetto al passato emergeva in modo più chiaro, nei nostri interlocutori statunitensi, la consapevolezza di come l'Africa sempre più stia diventando un nuovo terreno di confronto, come giustamente evidenziato da un suo editoriale.
Chiaro campanello d'allarme è stata la votazione all'Onu sulla condanna dell'invasione russa: sui 35 Paesi che si sono astenuti, ben 19 erano africani. La penetrazione economica della Cina, con l'offerta di infrastrutture, investimenti e appannaggio su materiali rari, è strategia che si è sviluppata da tempo. Più recente, ma per certi aspetti ancora più preoccupante, la penetrazione russa sul fronte sicurezza, attraverso la brigata Wagner: in Libia, Mali, Burkina Faso, Centrafrica, Sudan.
Messo a fuoco, anche dai nostri alleati d'oltreoceano, che il problema esiste e che non occuparsene per tempo potrebbe avere effetti duraturi e problematici per tutta l'area del Mediterraneo allargato, e non solo, la sensazione è stata, però, che sul "Che fare?" continui ad esserci una nebbia fitta, temperata dall'apertura di una più netta disponibilità ad accogliere idee e proposte.
L'Europa e l'Italia dovrebbero su questo assumere un protagonismo. Si parla da tempo di un progetto per l'Africa, cooperativo e di mutuo interesse per l'Africa e per l'Europa stessa, e recentemente il dibattito sul tema si è intensificato. Il governo italiano ha lanciato l'idea di un nuovo Piano Mattei ed è iniziata la visita ufficiale della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Etiopia, con incontri anche con funzionari dell'Unione africana e un confronto dedicato alla regione del Corno d'Africa.
La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, già dopo il summit Ue-Africa dello scorso anno, aveva sottolineato che era giunto il momento di trasformare la nostra visione condivisa in realtà. L'Europa, se lo decide davvero, ha tutti gli strumenti per innescare una strategia di investimento globale e cooperativo che tocchi formazione, sviluppo, salute, energia, infrastrutture, innovazione.
Ne hanno parlato, nelle loro recenti visite in Italia, anche i presidenti del Niger, Mohamed Bazoum, e della Somalia, Mohamud, inquadrando la necessità di una cooperazione militare, per costruire una cornice di sicurezza, nella ormai ineludibile esigenza di un grande progetto per lo sviluppo e la crescita dei loro Paesi.
Attualmente in Africa sono operanti alcune missioni militari europee, le principali sono Eutm Somalia, il cui perno sono le Forze armate italiane, e la più recente Eutm Mozambico, a guida portoghese. Poi ci sono missioni bilaterali dei singoli Stati europei, come quella dell'Italia in Niger. Si tratta di iniziative importanti ma non sufficienti.
Di fronte ad un'offensiva terroristica sempre più ramificata e insidiosa e all'azione sempre più organizzata dello sfruttamento dell'immigrazione e del traffico di armi e di droga, la necessità di avere sostegni e formazione nel campo della sicurezza è sempre più sentito da molti Stati africani.
Nel 2016 la Nato ha dato vita all'Hub per il Sud e l'Italia ha ottenuto che fosse Napoli la sua sede. È stata la prima traduzione concreta dell'indirizzo, individuato nel vertice Nato di Cardiff del 2014, di avere un'Alleanza che guarda alle sfide di sicurezza a 360 gradi, evitando una visione strabica: i gravi problemi del fronte Est, deflagrati drammaticamente in una guerra nel cuore dell'Europa, non devono farci perdere di vista le altre minacce, in particolare quelle che muovono dal fronte Sud. A Cardiff si pensava soprattutto alla minaccia terroristica ma, come l'avanzata della Wagner dimostra, la sfida è ancora più globale e insidiosa.
L'Hub è uno strumento importante ma deve essere più conosciuto e utilizzato e va inserito in una strategia, di cui credo che l'Italia, che tale struttura ha voluto fortemente, dovrebbe farsi promotrice. Un importante progetto per l'Africa, in particolare per quella del Nord, il Sahel e l'area subsahariana, che veda l'Europa protagonista in dialogo con l'Unione africana e i Paesi interessati e che ingaggi la Nato in una cooperazione per la sicurezza, come previsto dagli accordi di Berlin plus.
Roberta Pinotti è stata ministra della Difesa dal 2014 al 2018