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Artem Uss, il peso delle responsabilità

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L’intera macchina dei nostri apparati — governo, intelligence, magistratura — ha tentato di scaricare la croce su qualcun altro
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Ci vorrebbe la sapienza lessicale di Flaiano per una parola definitiva sul caso di Artem Uss. Perché nella sequenza dei fatti che hanno preceduto e seguito la fuga da Milano di questo cittadino russo, ricercato dalla giustizia statunitense e figlio del potente governatore di Krasnoyarsk, oligarca nel cuore di Vladimir Putin, è l’immagine di un Paese fragile e, a suo modo, incorreggibile. Il nostro. In cui la regola numero uno è non assumersi responsabilità. Mai. Soprattutto se può assumersele qualcun altro. Solo così è potuto accadere che della sorte di un ricercato arrestato a Malpensa, a quanto pare di assoluto interesse per il Dipartimento di giustizia Usa, siano stati tenuti all’oscuro la nostra Intelligence, il nostro ministero degli Esteri, come quello dell’Interno. Con il risultato che la pratica di Artem Uss è stata “lavorata” dalla nostra macchina giudiziaria — il ministero di Giustizi…

Ci vorrebbe la sapienza lessicale di Flaiano per una parola definitiva sul caso di Artem Uss. Perché nella sequenza dei fatti che hanno preceduto e seguito la fuga da Milano di questo cittadino russo, ricercato dalla giustizia statunitense e figlio del potente governatore di Krasnoyarsk, oligarca nel cuore di Vladimir Putin, è l’immagine di un Paese fragile e, a suo modo, incorreggibile. Il nostro. In cui la regola numero uno è non assumersi responsabilità. Mai. Soprattutto se può assumersele qualcun altro. Solo così è potuto accadere che della sorte di un ricercato arrestato a Malpensa, a quanto pare di assoluto interesse per il Dipartimento di giustizia Usa, siano stati tenuti all’oscuro la nostra Intelligence, il nostro ministero degli Esteri, come quello dell’Interno. Con il risultato che la pratica di Artem Uss è stata “lavorata” dalla nostra macchina giudiziaria — il ministero di Giustizia, prima, la Corte di appello di Milano, poi — con un livello di attenzione tale da consentirgli di infilarsi in un’auto con targa slava e valicare il confine con la Slovenia, in direzione Serbia e Mosca.
Nella disputa tra il ministro Nordio e la corte di appello di Milano su chi avrebbe dovuto attivarsi con solerzia per revocare gli arresti domiciliari di Uss nella residenza di lusso di Basiglio, al netto dei legittimi richiami alle norme del codice, alle prerogative del ministro e a quelle del collegio giudicante, c’è infatti un’evidenza solare. Nessuno, tra la fine di novembre e i primi di dicembre del 2022, né al ministero, né al palazzo di giustizia di Milano, ha pensato bene, ritenendo sciatte o inadeguate le decisioni assunte dagli uni e dagli altri, di assumersi, appunto, la responsabilità di mettere in sicurezza Uss. O di imperio, come pure avrebbe potuto fare il ministero, dal momento che la legge gli riconosce questa facoltà. O, come ritiene Nordio avrebbe potuto fare il collegio giudicante, riconsiderando la decisione degli arresti domiciliari nel lasso di tempo trascorso tra la camera di consiglio in cui quegli arresti erano stati decisi e quello in cui sono stati formalizzati con un’ordinanza.


La verità è che di Artem Uss, fino al giorno in cui non si è dato uccel di bosco, e il suo nome e la sua storia non hanno fatto capolino nelle cronache, non è importato granché a nessuno. Era una “pratica” come tante. E come tale è stata maneggiata. Il ministero aveva rassicurato il Dipartimento di giustizia Usa sulla “congruità” della misura degli arresti domiciliari. E la Corte di appello, che quella misura aveva disposto con una striminzita motivazione, aveva ritenuto adeguata quale “prigione” una residenza di lusso dove il nostro incontrava chi voleva e dove comunicava con due telefoni cellulari che gli sono stati sequestrati solo il 13 marzo scorso. Avendo quale unico fastidio alla caviglia un braccialetto elettronico sprovvisto di gps (il che equivale a non averlo) e una sorveglianza che, a quanto pare, non ha ritenuto di interrogarsi o allarmarsi quando, pochi giorni prima della sua fuga, la moglie si era volatilizzata con il figlio. O di farsi più occhiuta quando era arrivato il via ibera all’estradizione (il 21 marzo scorso). Appena 24 ore prima della fuga.
Già, Artem Uss era, per quel che è stato comunicato dal governo, un perfetto sconosciuto anche alla nostra Intelligence cui non era stato segnalato né da Cia, né da Fbi, né tantomeno dalle nostre forze dell’ordine. Ma è diventato personaggio di primaria grandezza quando di lui ci è rimasto in mano solo il pigiama. Lo è diventato quando è cominciata un’altra partita in cui le nostre burocrazie eccellono: il gioco del cerino.
È solo quando si è posto il tema della “responsabilità” che l’intera macchina dei nostri apparati — governo, intelligence, magistratura — si è messa a girare al massimo dei suoi giri. Con un unico mantra. Caricare la croce su qualcuno lontano da sé. Fino al più classico dei finali repubblicani: l’invio degli ispettori al palazzo di giustizia di Milano. Che, almeno statisticamente, non portano mai granché bene ai ministri di giustizia.