L’Etiopia è uno dei simboli più forti e controversi del fascismo. Una guerra di conquista, l’ultima impresa coloniale del secolo scorso permette al regime di raggiungere l’obiettivo strategico dell’impero, il sigillo di un’impresa che avrebbe coperto di prestigio e potenza i colli fatali di Roma. Un passaggio chiave nelle dinamiche di avvicinamento al secondo conflitto mondiale: dopo l’ingresso trionfale ad Addis Abeba si accelera quel processo di convergenza politica e strategica tra l’Italia fascista e la Germania di Hitler (l’Asse Roma — Berlino dell’ottobre 1936 che darà il nome all’alleanza nazi-fascista). Il conflitto mondiale avrebbe emesso i suoi verdetti definitivi nei deserti africani sulla sconfitta della guerra parallela di Mussolini e sulla perdita dell’impero come segno tangibile di un declino annunciato. L’obiettivo dell’espansionismo italiano nel corno d’Afric…
L’Etiopia è uno dei simboli più forti e controversi del fascismo. Una guerra di conquista, l’ultima impresa coloniale del secolo scorso permette al regime di raggiungere l’obiettivo strategico dell’impero, il sigillo di un’impresa che avrebbe coperto di prestigio e potenza i colli fatali di Roma. Un passaggio chiave nelle dinamiche di avvicinamento al secondo conflitto mondiale: dopo l’ingresso trionfale ad Addis Abeba si accelera quel processo di convergenza politica e strategica tra l’Italia fascista e la Germania di Hitler (l’Asse Roma — Berlino dell’ottobre 1936 che darà il nome all’alleanza nazi-fascista). Il conflitto mondiale avrebbe emesso i suoi verdetti definitivi nei deserti africani sulla sconfitta della guerra parallela di Mussolini e sulla perdita dell’impero come segno tangibile di un declino annunciato. L’obiettivo dell’espansionismo italiano nel corno d’Africa era quello di conquistare un ambito posto al sole cancellando così l’immagine debole e perdente della fine dell’Ottocento (la battaglia di Adua) rilanciando contestualmente le ragioni di una proiezione del fascismo vincente e inarrestabile anche fuori dai confini nazionali. Un tratto costitutivo dell’uomo nuovo fascista che avrebbe trovato in una guerra di conquista le ragioni di una mobilitazione diffusa verso gli esiti dell’aggressione iniziata nell’ottobre 1935 e conclusa nel maggio dell’anno successivo. Una schiacciante superiorità militare italiana (più di mezzo milione di soldati) riuscì a piegare la resistenza etiopica: una guerra coloniale
e nazionale sostenuta da una formidabile macchina propagandistica capace di coinvolgere scuole, parrocchie, industrie, giornali, radio, cinema.
Come documentato da una vasta e stratificata storiografia (Del Boca, Rochat, Labanca solo per citare riferimenti obbligati) le truppe del regio esercito condussero una spietata e brutale guerra totale, colpendo le popolazioni civili con bombardamenti di villaggi e deportazioni di massa, esecuzioni sommarie, facendo un uso massiccio di gas asfissianti (iprite con altri aggressivi chimici in violazione a quanto deciso alla Conferenza di Ginevra e sottoscritto nel 1928 dallo stesso Mussolini).
Una delle crepe più vistose alla costruzione strumentale ma duratura del mito degli italiani brava gente. Gli esempi sono molteplici. Un messaggio di Mussolini al vicerè d’Etiopia Rodolfo Graziani (8 luglio 1936): «Autorizzo ancora una volta Vostra Eminenza a iniziare e condurre sistematicamente politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici. Senza la legge del taglione al decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma». E ancora in un carteggio successivo: «La persistente attività dei ribelli nonostante gli inviti alla pacificazione e le prove da noi fornite
di generosità verso i vinti che si sottomettono impongono l’applicazione di mezzi estremi per stroncare inesorabilmente ogni velleità di ribellione nell’interesse anche delle pacifiche popolazioni indigene vessate e non di rado uccise dai banditi. Autorizzo Vostra Eccellenza impiegare i gas se lo ritenga utile». Quelle popolazione autoctone vennero piegate alle scelte del regime, colpite da una legislazione discriminatoria a sfondo razziale.
Un rapporto difficile tra storia e memorie che ha trovato nel lungo dopoguerra momenti di comprensione reciproca a partire dai giudizi degli studiosi e da gesti simbolici in contesti istituzionali: il Presidente Scalfaro nel 1997 usò l’espressione «pagine di sangue» riferendosi ai comportamenti degli italiani durante e dopo la guerra aprendo così la strada alla restituzione dell’obelisco di Axum o la stretta di mano, l’omaggio ai partigiani etiopi da parte del Presidente Mattarella nella visita del 2016 in piazza Arat Kilo.
Un percorso difficile e incompleto che merita studio, attenzione, riflessione per non sprofondare in un colpevole e tardivo oblio che farebbe male alle coscienze e alle conoscenze.