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Pnrr, ecco dove si inceppano le riforme

Il ministro per gli Affari europei e il Pnrr, Raffaele Fitto, alla Commissione Bilancio della Camera (ansa)

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I ritardi connessi al Piano nazionale di ripresa e resilienza erano tutt'altro che inattesi. E sono lo specchio di problemi strutturali e di lungo periodo dell'azione pubblica in Italia
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Diciamolo subito: i problemi connessi al Pnrr, che hanno ampia eco anche su Repubblica, erano tutt'altro che inattesi per chi si occupa dell'azione pubblica, della sua qualità e della sua efficacia. Ciò non toglie, naturalmente, che esistono istituzioni e agenzie, ma anche operatori sul campo, che stanno facendo tutto il possibile perché gli impegni vengano rispettati.

Qui non voglio, però, entrare nel merito del Piano, ma piuttosto utilizzarlo come specchio di problemi strutturali e di lungo periodo dell'azione pubblica in Italia. È la nostra immagine che ci viene restituita dal Pnrr; e di alcuni suoi aspetti dovremmo seriamente preoccuparci soprattutto perché non li mettiamo in discussione. Vediamo qualche esempio.

Diciamolo subito: i problemi connessi al Pnrr, che hanno ampia eco anche su Repubblica, erano tutt'altro che inattesi per chi si occupa dell'azione pubblica, della sua qualità e della sua efficacia. Ciò non toglie, naturalmente, che esistono istituzioni e agenzie, ma anche operatori sul campo, che stanno facendo tutto il possibile perché gli impegni vengano rispettati.

Qui non voglio, però, entrare nel merito del Piano, ma piuttosto utilizzarlo come specchio di problemi strutturali e di lungo periodo dell'azione pubblica in Italia. È la nostra immagine che ci viene restituita dal Pnrr; e di alcuni suoi aspetti dovremmo seriamente preoccuparci soprattutto perché non li mettiamo in discussione. Vediamo qualche esempio.

C'è, prima di tutto, il disinvestimento sulla dimensione pubblica, avvenuto nel contesto della egemonia del paradigma neoliberale. "Affama la bestia" diceva Ronald Reagan con riferimento agli apparati istituzionali, e qui da noi l'abbiamo affamata un bel po', sia nella spesa pubblica, sia nelle strutture e nel personale. Perché stupirsi se con il Pnrr rischiamo di avere nuovi ospedali inutilizzabili per mancanza di risorse umane?

C'è poi la questione di una strutturazione multilivello e policentrica dell'azione pubblica, che coinvolge Stato, Regioni e Comuni, ma anche ministeri e assessorati con le loro unità organizzative, agenzie e società pubbliche, enti privati e non profit che gestiscono servizi e infrastrutture.

La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 ha solo legittimato questa confusione senza generare un sistema di governance coerente e funzionale, capace di superare conflitti di attribuzioni, alibi e rimpalli di responsabilità.

Un alto tasso di indifferenza per la realtà materiale, incorporato nella storica disattenzione per la messa in opera, o implementazione, dei programmi pubblici, è un altro fattore di lungo periodo che il Pnrr rende visibile.

Scarsa conoscenza delle situazioni, attenzione alla esecuzione delle operazioni e non ai loro effetti, disinteresse per la gestione, convinzione che una volta scritte nella Gazzetta ufficiale le norme si attuino automaticamente, sono aspetti di questo problema. Resta però il fatto che aprire una porta consiste nel girare una maniglia, non nel fare una legge, un decreto o un regolamento.

Non va dimenticato che tra i tempi della politica e quelli delle politiche pubbliche sono quasi sempre i primi a prevalere. I programmi di azione volti all'interesse generale sono, così, piegati alle esigenze delle prossime elezioni, non a quelle delle prossime generazioni (per citare De Gasperi).

Il nostro Paese ha una lunga storia di riforme cassate prima che se ne potesse verificare l'esito e sostituite da altre da spendere nella comunicazione politica; ma anche di rinuncia ad affrontare problemi le cui soluzioni richiedono dieci o vent'anni per dispiegare i loro effetti (un buon esempio è quello della denatalità).

E infine, ma certo non per importanza, c'è la estrema difficoltà di progettare il futuro comune. Intendo non come frutto di progetti tecnici ma come risultato dell'esercizio di quella qualità della democrazia che è la deliberazione, cioè il dibattito pubblico, il confronto tra visioni diverse e la definizione di soluzioni condivise.

È quello che si sarebbe dovuto fare e non si è fatto durante la pandemia, finendo in molti casi per riciclare nel Pnrr vecchi progetti selezionati solo perché disponibili o "fattibili". È il metodo che la ricerca scientifica definisce del "bidone della spazzatura".

A suo modo sarebbe bello che problemi come questi si fossero presentati oggi per la prima volta. Ma purtroppo non è così. Ce li portiamo dietro; e se non avremo il coraggio di riconoscerli - anche grazie alla bomba a orologeria rappresentata dal Pnrr - ci accompagneranno per molto tempo ancora.