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Mattarella, l'ultimo leader nel deserto

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Le parole del Presidente sui migranti a Varsavia sono un richiamo per l'Europa
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È la voce dell'Europa, quella che riecheggia da Varsavia. Sergio Mattarella, uno dei pochi - se non l'unico vero leader rimasto sullo scacchiere dell'Unione - si rivolge alle istituzioni di Bruxelles con l'autorevolezza e il rigore che solo un interlocutore riconosciuto e trasversalmente rispettato può permettersi. Intorno a lui, del resto, ormai poco altro, forse il vuoto. L'era Merkel è tramontata. La Gran Bretagna da tempo è tornata "extracomunitaria". Difficile tenere distinti gli interventi di Macron dagli interessi di una Francia che spera di tornare grande e intanto gioca una partita tutta sua, dall'Africa a Pechino.


Così, dal cuore del Vecchio Continente, risuonano come un monito severo ma necessario le parole del presidente della Repubblica. È lui che può permettersi di richiamare tutti i partner alla "grande coesione dell'Europa" dopo la "brutale aggressione della Russia&q…

È la voce dell'Europa, quella che riecheggia da Varsavia. Sergio Mattarella, uno dei pochi - se non l'unico vero leader rimasto sullo scacchiere dell'Unione - si rivolge alle istituzioni di Bruxelles con l'autorevolezza e il rigore che solo un interlocutore riconosciuto e trasversalmente rispettato può permettersi. Intorno a lui, del resto, ormai poco altro, forse il vuoto. L'era Merkel è tramontata. La Gran Bretagna da tempo è tornata "extracomunitaria". Difficile tenere distinti gli interventi di Macron dagli interessi di una Francia che spera di tornare grande e intanto gioca una partita tutta sua, dall'Africa a Pechino.


Così, dal cuore del Vecchio Continente, risuonano come un monito severo ma necessario le parole del presidente della Repubblica. È lui che può permettersi di richiamare tutti i partner alla "grande coesione dell'Europa" dopo la "brutale aggressione della Russia" in Ucraina che ci ha "inorriditi". È la prima carica dello Stato a puntare il dito contro le "esasperazioni nazionalistiche", parlando al fianco del presidente polacco Duda che certo non ha mai brillato per slancio europeista. È Sergio Mattarella a salire sul pulpito per chiamare in causa l'Europa sulle politiche migratorie e scuotere le coscienze. Certo, serve un'azione coordinata per superare il Trattato di Dublino, per superare quello che l'uomo del Colle ha definito "vecchie regole che sono ormai preistoria". Un messaggio che, va da sé, è stato virtualmente sottoscritto dalla premier Meloni e applaudito dagli azionisti della sua maggioranza, Salvini in testa.


Ma è troppo facile la lettura che la destra italiana vorrebbe accreditare: il Quirinale non ha rotto gli indugi per schierarsi finalmente con Palazzo Chigi e col governo contro quegli egoisti di Bruxelles, rei di aver abbandonato l'Italia al suo destino di frontiera. Intanto, perché Mattarella parla non a caso da Varsavia, a casa cioè di un governo ritenuto amico della destra italiana e tuttavia più volte schieratosi contro le modifiche al Trattato di Dublino oggi invocate. E poi, perché quello del nostro Capo dello Stato è un appello all'Europa unita e solidale, capace di aprire e accogliere con regole magari nuove, ma eque e condivise. Non certo quelle marziali di un fortino blindato, con ponti levatoi issati.


La realtà è che - pur senza mai voler assurgere al ruolo di supplente che certo non gli compete - il presidente della Repubblica interviene dopo mesi di immobilismo, di inconcludenza e di scarsi risultati ottenuti da questo governo dopo i suoi primi sei mesi di claudicante diplomazia europea. Giorgia Meloni l'estate scorsa ha portato il suo partito poco sotto la soglia del 30 per cento promettendo blocchi navali e rimpatri di massa. Ce l'ha fatta, a vincere le elezioni. Poi si è dovuta arrendere. Nel primo trimestre del 2023 gli sbarchi sulle coste italiane risultano quadruplicati rispetto ai primi tre del 2022, sotto la presidenza Draghi. Le misure portate in Parlamento in queste ore, dopo la tragedia di Cutro in cui morirono quasi cento disperati, sanno di ritorsione non si capisce bene contro chi, se non proprio contro chi ha come unica colpa quella di cercare di salvare la propria vita e quella dei figli fuggendo dalle carestie, dalla povertà e dalle guerre. Dichiarare lo stato d'emergenza è la sottoscrizione di una resa da parte del duo Salvini-Piantedosi, pura propaganda. Col sigillo della ritorsione, appunto: la cancellazione della protezione speciale garantita invece da altri 18 Paesi su 27 dell'Unione.
Anziché avanzare in Europa una proposta concreta per affrontare la questione, ecco che parte ancora una volta la prova di forza, cara a ogni sterile autarchia. Il "cattivismo" al potere per cancellare uno pseudo buonismo di sinistra, a dire il vero inesistente. A meno che qualcuno, dal Viminale a Palazzo Chigi, non confonda per buonismo il senso dell'umano e la pietas verso gli ultimi. Probabile. Con un'aggravante: fingere di non sapere che il nostro Paese è terra di migrazione sì, ma anche di passaggio, per un popolo in cammino verso una salvezza cercata e per fortuna trovata quasi sempre oltre l'arco alpino.


Più che l'invasione inesistente preoccupa allora l'isolamento nel quale Meloni e Salvini, sodali di Orbán e Bolsonaro, rischiano di cacciare l'Italia. C'è un presidente, per fortuna, a tracciare la strada di un'Europa restia e lenta. È rimasta la voce di un ultimo leader a urlare in questo deserto.