C’è una sola cosa peggiore della violazione del principio cardine della separazione tra i poteri dello Stato ed è non accorgersene. O, peggio, rivendicarla, dando a intendere che così non sia. A maggior ragione quando a muovere contro il principio di autonomia e indipendenza della magistratura è un ministro della Giustizia che, nella sua veste di autorità politica, dovrebbe concorrere a garantirla. Nelle sue comunicazioni al Parlamento sull’evasione del cittadino russo Artem Uss, il ministro Carlo Nordio aveva il compito di spiegare per quali ragioni i giudici della Corte di appello di Milano che ne avevano disposto gli arresti domiciliari si sarebbero resi responsabili di una violazione disciplinare. E la risposta che ha offerto, nella sua indubbia sincerità, conferma, purtroppo, l’enormità di una decisione che non fa onore né alla storia di magistrato del ministro, né alla più elementare grammati…
C’è una sola cosa peggiore della violazione del principio cardine della separazione tra i poteri dello Stato ed è non accorgersene. O, peggio, rivendicarla, dando a intendere che così non sia. A maggior ragione quando a muovere contro il principio di autonomia e indipendenza della magistratura è un ministro della Giustizia che, nella sua veste di autorità politica, dovrebbe concorrere a garantirla. Nelle sue comunicazioni al Parlamento sull’evasione del cittadino russo Artem Uss, il ministro Carlo Nordio aveva il compito di spiegare per quali ragioni i giudici della Corte di appello di Milano che ne avevano disposto gli arresti domiciliari si sarebbero resi responsabili di una violazione disciplinare. E la risposta che ha offerto, nella sua indubbia sincerità, conferma, purtroppo, l’enormità di una decisione che non fa onore né alla storia di magistrato del ministro, né alla più elementare grammatica istituzionale, né alle regole della logica.
Nordio ha sostenuto infatti che la dimensione succinta delle motivazioni dell’ordinanza della Corte di appello che disponeva i domiciliari per Uss (cinque righe) testimonierebbe la “grave negligenza” dei giudici nel non aver tenuto in dovuto conto gli argomenti che la Procura generale, sostenuta dal ministero, aveva rappresentato per chiedere la misura della custodia in carcere. Un argomento semplicemente grottesco, perché privo di qualsiasi valenza probatoria o anche solo indiziaria. Che consegna l’autorità politica ad un nuovo e inedito ruolo costituzionale. Quello di giudice di ultima istanza – e per giunta con il senno del poi - di decisioni assunte da una corte giudicante, nel pieno e libero contraddittorio delle parti. In quanto tale, autorizzato a chiedere la punizione di chi ha assunto decisioni che non si condividono o che, come nel caso di specie, si sono rivelate ex post inadeguate.
Del resto, sostenere, come Nordio ha fatto, che l’esercizio della sua potestà di iniziativa disciplinare sui giudici di Milano equivalga all’esercizio dell’azione penale di un pubblico ministero nei confronti di un cittadino, tradisce la natura profonda che ha animato ed anima questo governo nell’affrontare un tema delicato come quello della giustizia penale e dell’esercizio della giurisdizione. Ed è l’idea della politica come custode del principio di legalità e angelo vendicatore del popolo nei confronti della casta giudiziaria, che si vorrebbe uguale di fronte alla legge, ma che tale evidentemente non sarebbe, perché impunita quando al contrario lo meriterebbe. È l’ossessione che da vent’anni coltiva in modo ostinato una parte significativa della destra nel nostro Paese con argomenti che poco o nulla hanno a che fare con il rispetto delle garanzie nel processo o con i doveri del magistrato. Oltrepassare con spensierata arroganza, come oggi fanno Nordio e il suo governo, il delicato confine che separa l’esercizio dell’azione disciplinare da quello della contestazione di merito di una pronuncia giurisdizionale (che la legge riserva al perimetro esclusivo della giurisdizione e ai suoi strumenti) riportano il Paese ai giorni peggiori del conflitto tra potere esecutivo e potere giudiziario del ventennio berlusconiano. Ne sono, per certi versi, un rigurgito. E, quel che è peggio, mettono in discussione un principio – quello dell’autonomia del potere giudiziario - che non è a garanzia della “intangibilità” dell’agire del magistrato. Ma del cittadino (e di chi lo difende in un’aula di tribunale), che deve poter sapere che il suo giudice naturale, nel decidere della sua libertà, sarà indipendente e autonomo da qualsiasi forma di condizionamento. Ambientale o politico. Che dunque non deciderà sapendo che una pronuncia sgradita o impopolare potrebbe avere quale prezzo quello di essere sottoposto a un procedimento disciplinare e, dunque, a conseguenze di carriera o di retribuzione.
Se il governo, come è legittimo, era convinto che Artem Uss meritasse il massimo dell’attenzione, era tenuto a chiedere agli apparati di sicurezza dello Stato, che dell’esecutivo sono il braccio, ogni sforzo e attenzione possibile perché una sorveglianza a prova di evasione venisse garantita. Non averlo fatto lo rende politicamente responsabile. Offrire all’opinione pubblica un capro espiatorio come la Corte di appello di Milano non solo dunque non lo assolve ma è una dimostrazione di cinismo e spregiudicatezza. Non la prima e, ne siamo certi, non l’ultima.