Reddito di cittadinanza, tutti gli errori del governo
di Tito Boeri e Roberto Perotti , di Tito Boeri e Roberto PerottiCiò che impropriamente è stato chiamato Reddito di cittadinanza esiste ormai da quattro anni. In questo periodo le amministrazioni coinvolte nella sua gestione hanno raccolto informazioni su milioni di beneficiari e di persone escluse dal provvedimento.
Sanno quale è stato il loro comportamento dentro e fuori il mercato del lavoro, e le loro scelte famigliari e di residenza. Ad esempio avrebbero gli strumenti per valutare se il Reddito ha davvero ridotto i passaggi dalla disoccupazione all'occupazione scoraggiando la ricerca di un lavoro, come predicato dai teorici del divano di cittadinanza. Potrebbero anche identificare chi, pur avendo i requisiti, non ha fatto domanda, e cercare di capirne il perché.
Naturale che, alla luce dell'esperienza acquisita e delle informazioni così raccolte, si tracci oggi un bilancio dello strumento e si apportino correttivi, come del resto da tempo proposto da molti conoscitori della lunghissima esperienza in…
Ciò che impropriamente è stato chiamato Reddito di cittadinanza esiste ormai da quattro anni. In questo periodo le amministrazioni coinvolte nella sua gestione hanno raccolto informazioni su milioni di beneficiari e di persone escluse dal provvedimento.
Sanno quale è stato il loro comportamento dentro e fuori il mercato del lavoro, e le loro scelte famigliari e di residenza. Ad esempio avrebbero gli strumenti per valutare se il Reddito ha davvero ridotto i passaggi dalla disoccupazione all'occupazione scoraggiando la ricerca di un lavoro, come predicato dai teorici del divano di cittadinanza. Potrebbero anche identificare chi, pur avendo i requisiti, non ha fatto domanda, e cercare di capirne il perché.
Naturale che, alla luce dell'esperienza acquisita e delle informazioni così raccolte, si tracci oggi un bilancio dello strumento e si apportino correttivi, come del resto da tempo proposto da molti conoscitori della lunghissima esperienza internazionale con queste misure, e da chi scrive.
Ma il metodo seguito dal governo è stato completamente diverso. Dopo aver per mesi minacciato di abolire il Reddito di cittadinanza, nella legge di bilancio si è stabilito che bisognava ricavare un miliardo dalla sua riforma. E Palazzo Chigi ha imposto che i risparmi siano ancora maggiori dal 2025: 3 miliardi e mezzo, quasi dimezzando il costo attuale della misura.
Si è così proceduto a studiare tutti i modi per raggiungere questi obiettivi indipendentemente da qualsiasi valutazione seria sull'efficacia dello strumento nel contrastare la povertà e sui pro e contro attuali.
Di qui la scelta iniziale di sospendere i sussidi per tutti i percettori del Reddito di cittadinanza senza figli minorenni o disabili, classificati come "occupabili", salvo poi rendersi conto in un secondo momento che la maggioranza di questi è ai servizi sociali e perciò non occupabile, come messo in rilievo da Valentina Conte.
Che al governo poco importasse di ridurre la povertà lo si era capito dalla scelta stessa di tagliare i fondi per l'unica misura universale di contrasto alla povertà oggi esistente in Italia in un momento in cui il numero delle persone in condizioni di indigenza ha raggiunto il massimo storico da quando questi dati sono disponibili.
Si vuole risparmiare sui trasferimenti alle persone più fragili della nostra società proprio mentre non sappiamo come spendere i 200 miliardi di Next Generation Eu.
Coerentemente con questo approccio i dati raccolti sul Reddito di cittadinanza sono stati utilizzati non per migliorarne l'efficacia ma solo per fare simulazioni sui costi delle diverse proposte di taglio del sussidio.
Per darsi una qualche legittimazione si è messo in piedi un comitato scientifico e si sono tenuti incontri con le associazioni che da decenni sono impegnate in prima linea nella lotta alla povertà. Salvo poi esautorare i primi e le seconde nel momento in cui si è passati dalla retorica alla formulazione delle diverse ipotesi di riforma.
Certo anche il governo precedente aveva creato una commissione di studio per poi mettere in un cassetto il suo rapporto di valutazione. Ma qui si è fatto ancora peggio: raccogliere opinioni per poi procedere in direzione opposta. Quasi che le raccomandazioni dei comitati di esperti dovessero essere utilizzate come guida per fare il contrario.
Un tratto comune delle opinioni degli esperti è che il Reddito di cittadinanza era sbilanciato a sfavore delle famiglie numerose, quelle dove oggi è più alta l'incidenza della povertà. Bene: ecco che la nuova proposta riduce ancora di più gli assegni per le famiglie numerose (tranne quelle con figli disabili), come spiegato da Chiara Saraceno.
Un'altra osservazione ampiamente condivisa fra gli esperti era che il Reddito di cittadinanza disincentiva la ricerca di lavoro perché toglie un euro di sussidio per ogni euro guadagnato.
Nelle nuove proposte si fa ancora di peggio: chi, tra i beneficiari della cosiddetta Gal (garanzia per l'attivazione lavorativa), supera la soglia anche solo di un euro perderà in toto i 350 euro della misura. In questo caso il reddito da lavoro verrebbe tassato ad un'aliquota marginale del 3500%.
Il buon senso, prima ancora che il parere degli esperti, consigliava inoltre di mettere una volta per tutte nel cassetto le fantomatiche app che tanto avevano entusiasmato il governo gialloverde al punto da fargli importare dal Mississippi, lo stato Usa con maggiore disoccupazione, il presidente dell'Anpal.
Ma purtroppo il sogno di fare incontrare domanda e offerta di lavoro grazie a miracolose app rimane in vita. Si prevede infatti l'introduzione di una "Piattaforma digitale per l'inclusione sociale e lavorativa per la presa in carico e la ricerca attiva" che verrà "implementata attraverso il sistema di cooperazione applicativa con i sistemi informativi regionali del lavoro" ovviamente nell'ambito dell'agenda digitale.
Nulla da ridire sull'opportunità di mettere in rete le informazioni dell'Inps, del ministero del Lavoro e dei centri per l'impiego decentrato. Ma non c'è bisogno di leggi per farlo.
Già oggi le amministrazioni pubbliche possono scambiarsi i dati di cui dispongono per l'esercizio delle loro funzioni istituzionali. Ma il punto è che ci vuole qualcuno che armonizzi e gestisca questa mole di dati. È un'operazione che richiede risorse umane specializzate.
Oggi l'unica amministrazione in grado di fare tutto questo a livello nazionale è l'Inps, mentre il ministero del Lavoro continua custodire gelosamente le sue banche dati senza avere la capacità di gestirle. L'Inps è anche l'ente erogatore, quello che paga, e quindi ha tutti gli incentivi giusti per monitorare un buon uso della misura ed evitare il più possibile abusi.