La visita di Mattarella nell'Europa centrale, dalla Polonia alla Slovacchia con un momento di raccoglimento ad Auschwitz, è stato scandito da una serie di interventi significativi. Più numerosi ed espliciti, diciamo così, di quanto era avvenuto in passato. Il presidente si è espresso sulla politica estera e di difesa, due terreni sui quali la Repubblica garantisce al capo dello Stato, in linea di continuità con le vecchie prerogative regie, una sorta di supervisione (l'equivalente del francese droit de regard) sulle scelte dei governi.
Mattarella ha sempre difeso con forza la tradizionale linea atlantica, resa attuale e drammatica dalla guerra in Ucraina e interpretata con accenti alquanto simili sia da Mario Draghi sia ora da Giorgia Meloni. Per non lasciare dubbi, i termini con cui il presidente condanna da un anno l'invasione russa sono inequivocabili e testimoniano della sintonia tra Quirinale e Palazzo Chigi, pur nel variare d…
La visita di Mattarella nell'Europa centrale, dalla Polonia alla Slovacchia con un momento di raccoglimento ad Auschwitz, è stato scandito da una serie di interventi significativi. Più numerosi ed espliciti, diciamo così, di quanto era avvenuto in passato. Il presidente si è espresso sulla politica estera e di difesa, due terreni sui quali la Repubblica garantisce al capo dello Stato, in linea di continuità con le vecchie prerogative regie, una sorta di supervisione (l'equivalente del francese droit de regard) sulle scelte dei governi.
Mattarella ha sempre difeso con forza la tradizionale linea atlantica, resa attuale e drammatica dalla guerra in Ucraina e interpretata con accenti alquanto simili sia da Mario Draghi sia ora da Giorgia Meloni. Per non lasciare dubbi, i termini con cui il presidente condanna da un anno l'invasione russa sono inequivocabili e testimoniano della sintonia tra Quirinale e Palazzo Chigi, pur nel variare delle maggioranze parlamentari.
È evidente che il capo dello Stato si considera il custode ultimo dell'euro-atlantismo, in cui la lealtà all'Unione si coniuga con la fedeltà attiva al Patto Atlantico. S'intende, si tratta di un rapporto che ha radici antiche, ma che oggi si è evoluto alla luce degli sviluppi bellici a tre ore di volo da Roma.
Con la Finlandia appena accolta nella Nato, la Svezia candidata e la stessa Ucraina che spera in una procedura rapida, è chiaro che il profilo dell'Alleanza cambia. Aumentano i dubbi e soprattutto le paure in una parte dell'opinione pubblica (e sappiamo che in Italia è assai vivace e rumoroso il fronte dei cosiddetti "pacifisti" dediti a rilanciare, in modo consapevole e talvolta inconsapevole, le tesi del Cremlino), cresce di conseguenza l'esigenza di spiegare e rendere razionale la politica di sicurezza.
Su questo terreno Mattarella ha via via intensificato i suoi interventi, fino alle parole pronunciate nei giorni scorsi. E la presidente del Consiglio può essere contenta del ruolo svolto dal Quirinale nel sostenere le scelte italiane nel campo della difesa e nello stimolare ulteriori passi.
Ma ovviamente non c'è solo questo. Nell'idea del presidente, una relazione rinsaldata tra le capitali europee e Washington passa attraverso la rinuncia alle note più retoriche del nazionalismo o, come si dice oggi, del sovranismo. E si capisce.
Se si afferma un nuovo patto euro-atlantico fondato su valori liberali e una solida cornice di sicurezza rispetto a Mosca, il nazionalismo dovrebbe perdere ragion d'essere. L'alternativa non sarebbe un'ambigua politica estera verso la Russia - peraltro gradita dall'Ungheria di Orbán - , bensì quella coesione occidentale che fino a un paio d'anni fa sembrava compromessa.
Oggi invece è quasi a portata di mano, con un ruolo per l'Italia tutt'altro che secondario: sia a copertura del fianco Sud dell'alleanza, sia nella proiezione verso l'Africa. Il "piano Mattei" di cui la premier parla sovente può essere una velleità ovvero può coincidere con un modo nuovo di guardare alle relazioni con i Paesi africani. Il che significa pensare alla sicurezza e anche alla gestione dei migranti.
Tutto questo avviene per coincidenza alla vigilia del 25 aprile. C'è o dovrebbe esserci un interesse del centrodestra a rinunciare a certe uscite davvero poco meditate per disporsi a celebrare una festa nazionale: ossia un'occasione in cui tutti possono riconoscersi senza riserve perché appartiene a quella che un tempo si sarebbe detta la "religione civile" della nazione.
Senza dubbio è l'obiettivo del Quirinale, ma è anche quello di Giorgia Meloni. Sarebbe una contraddizione eccessiva costruire una politica estera molto profilata verso l'Ucraina e poi cedere a un nostalgismo anacronistico quando c'è da ricordare la liberazione dagli occupanti, 78 anni fa. E la vittoria della libertà.