Il tempo degli orologi non è mai il tempo vero, il tempo vero è quello scandito dagli avvenimenti…”, scriveva il poeta. Il tempo è quello della storia che scrivono gli eroici difensori dell’Ucraina, i Siriani in fuga da un paese in travaglio, gli Ebrei dei ghetti di Varsavia e di Roma e i Palestinesi alla ricerca dei loro diritti, le donne dell’Iran che aspirano a vita e libertà, gli Armeni in lotta per salvare vita, monasteri, e sacri khachkar. Da oltre cent’anni gli armeni commemorano oggi, 24 aprile, il loro genocidio. È il giorno in cui, nel 1915, l’intera élite civile e religiosa armena fu assassinata a Costantinopoli, nel contesto di massacri in corso dalla fine del secolo ad opera del sultano Abdul Hamid. Esistono nel mondo settori di opinione animati dall’ossessione di abolire ogni forma di diversità spirituale e culturale. Per costoro, “eccezioni culturali” non sono ammesse…
Il tempo degli orologi non è mai il tempo vero, il tempo vero è quello scandito dagli avvenimenti…”, scriveva il poeta. Il tempo è quello della storia che scrivono gli eroici difensori dell’Ucraina, i Siriani in fuga da un paese in travaglio, gli Ebrei dei ghetti di Varsavia e di Roma e i Palestinesi alla ricerca dei loro diritti, le donne dell’Iran che aspirano a vita e libertà, gli Armeni in lotta per salvare vita, monasteri, e sacri khachkar. Da oltre cent’anni gli armeni commemorano oggi, 24 aprile, il loro genocidio. È il giorno in cui, nel 1915, l’intera élite civile e religiosa armena fu assassinata a Costantinopoli, nel contesto di massacri in corso dalla fine del secolo ad opera del sultano Abdul Hamid. Esistono nel mondo settori di opinione animati dall’ossessione di abolire ogni forma di diversità spirituale e culturale. Per costoro, “eccezioni culturali” non sono ammesse, l’omologazione, o meglio la sottomissione, è d’obbligo. Ne abbiamo un chiaro esempio negli odierni comportamenti russi in Ucraina. Genocidio rimasto impunito. Come dissolto nelle nebbie dei tempi. Solo nel 1946, dopo l’altra immensa tragedia del secolo, l’ebreo polacco Rafael Lemkin riuscirà ad attivare all’Onu la Risoluzione 260/48 che definisce il genocidio come “distruzione totale o parziale di un gruppo etnico, razziale, religioso” sancendone la condanna. Ma all’epoca le Grandi Potenze che avevano abbattuto l’Impero Ottomano volsero lo sguardo altrove, azzerando, nel passaggio dagli Accordi di Sevres del 1920 agli Accordi di Losanna del 1923, la prospettiva di uno Stato armeno in Anatolia immaginato da Wilson, e lasciando che Kemal Ataturk completasse l’opera avviata dai predecessori.
Gli Armeni di Turchia si dispersero nel mondo, ovunque fosse possibile ricostruire una vita. Ma l’antagonismo dei protagonisti di un tempo non si placa e repliche della violenza continuano a manifestarsi nei nostri giorni. Dopo la guerra dell’autunno del 2020, vinta dagli azeri grazie al pronto soccorso del “senior partner” turco, gli attacchi azeri si ripetono intorno a quel che resta del Nagorno Karabakh armeno. Una guerra asimmetrica. Centinaia di vittime in gran parte armene, miseria e distruzioni di villaggi abitati da armeni, periodiche incursioni fin dentro il territorio della Repubblica di Armenia. Di nuovo, il 12 dicembre, il pretestuoso blocco militare azero del corridoio di Latchin, una strettoia cruciale per il transito di merci e persone dalla piccola enclave armena confinata tra le montagne entro l’odierno Azerbaigian, il Nagorno Karabakh/Arktash, verso l’Armenia e il resto del mondo, sta mettendo a rischio la vita dei suoi 120.000 abitanti di cui 30.000 bambini, un assedio in stile medioevale, mentre i media azeri incitano all’esodo. Fuori gli Armeni dal Nagorno Karabakh. Si chiama pulizia etnica. Assedianti e relativi sponsor contano sulla distrazione del mondo occidentale, impegnato tra crisi in Ucraina, crisi mediorientali e africane, e grande gioco nello scacchiere indo-pacifico. E la Russia, che si vuole garante assoluta della tregua sponsorizzata nell’autunno del 2020, non pare interessata a mobilitare i suoi peace-keepers stazionati in area. Registreremmo una maggiore recrudescenza del conflitto se Mosca non fosse presente in area? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che Mosca è occupata in Ucraina e non può permettersi un secondo fronte nel Caucaso. E sappiamo anche che le sue ambizioni di influenza nella regione vanno oltre la tradizionale longa manus sull’Armenia e investono lo stesso Azerbaigian. Con il beneplacito, si direbbe, della Turchia, che pur considera gli azeri parte integrante del proprio mondo. Anche nello scacchiere caucasico, così come in Siria, in Libia, in Asia Centrale, in Africa, nonché intorno al Mar Nero tra Odessa e Sebastopoli, gli eredi dei due ex-imperi, russo e turco, preferiscono non confrontarsi e optare per intese parziali alla bisogna. Missili e artiglieria non si sprecano tra le montagne del Caucaso. In Turchia, le elezioni alle porte consigliano di non rischiare. Ognuno attende tempi più favorevoli ai propri disegni espansionistici. Ma questa volta Europa, Stati Uniti, e Organizzazioni Internazionali non volgono lo sguardo altrove. Hanno certamente notato le crepe apertesi nel rapporto armeno-russo, il disappunto armeno manifestatosi nell’astensione – non un veto come la Russia poteva attendersi - su tutte le Risoluzioni Onu sull’Ucraina, nel boicottaggio armeno della dichiarazione finale del Vertice Csto riunito a Yerevan, nella richiesta armena di attivare il CdS subito bloccata da Mosca come “inaccettabile”. Hanno anche notato che la Cina incalza Yerevan prospettando investimenti in infrastrutture e alte tecnologie. Così, l’Europa ha deciso di inviare osservatori civili lungo il confine (solo dal lato armeno, stante il diniego azero), ha organizzato incontri bilaterali a Bruxelles, e un vertice trilaterale partecipato da Erdogan a margine dell’evento di Praga sulla Comunità Politica Europea; e il Parlamento Europeo ha richiamato Baku a ritirarsi e liberare i prigionieri, denunciato il trattamento inumano inflitto alla popolazione armena, definito “illegale” il blocco di Latchin. Sulla stessa linea, il Consiglio dell’Osce e la pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia ai sensi della Convenzione per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali. Anche gli Stati Uniti hanno ripetutamente chiesto agli azeri di ritirarsi e lavorare per una pace, e convocato un vertice bilaterale a margine della conferenza di Monaco sulla Sicurezza. Aspettiamo seguiti concreti. Fratelli tutti, dice Papa Bergoglio. E l’intellettuale armeno Hrant Dink, cittadino turco, assassinato di fronte alla sede del suo giornale bilingue a Istanbul, in un mirabile scritto che interpreta il sentimento di molti armeni e del loro governo, ha auspicato che “arrivi il giorno in cui Turchi e Armeni trovino il modo per parlarsi liberamente del loro comune passato e delle divergenze che non hanno saputo ricomporre..”. Lo stesso auspicio di Akram Aylisli, intellettuale azero che a Baku ha denunciato i crimini contro gli Armeni subendone le conseguenze. Questa è la strada da seguire, alziamo anche noi le nostre voci.