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Ue, la partità più difficile

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La presentazione formale della proposta di riforma del Patto di stabilità segnerà l'inizio di una sfida lunga e complessa per il governo Meloni, collegata anche a Mes e Pnrr
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In giornata la Commissione europea presenterà formalmente la propria proposta di riforma del Patto di stabilità. Per l’Italia è il fischio di inizio di una partita lunga e complessa, che si gioca su almeno tre tavoli. Una partita in cui ha molto da perdere e poco da guadagnare.


Il Patto di stabilità, l’insieme di norme europee che governano la disciplina di bilancio degli Stati membri, era stato sospeso tre anni fa nel pieno della pandemia di Covid, quando nessun governo era in grado di rispettarne le ferree regole che limitano la spesa pubblica. La sospensione dura fino a dicembre di quest’anno. A gennaio 2024, in teoria, il Patto torna in vigore con il suo obbligo di ri…

In giornata la Commissione europea presenterà formalmente la propria proposta di riforma del Patto di stabilità. Per l’Italia è il fischio di inizio di una partita lunga e complessa, che si gioca su almeno tre tavoli. Una partita in cui ha molto da perdere e poco da guadagnare.


Il Patto di stabilità, l’insieme di norme europee che governano la disciplina di bilancio degli Stati membri, era stato sospeso tre anni fa nel pieno della pandemia di Covid, quando nessun governo era in grado di rispettarne le ferree regole che limitano la spesa pubblica. La sospensione dura fino a dicembre di quest’anno. A gennaio 2024, in teoria, il Patto torna in vigore con il suo obbligo di ridurre il debito pubblico superiore al 60 per cento del Pil di un quinto ogni anno. Per il nostro Paese vorrebbe dire una riduzione del 17 per cento all’anno assolutamente irrealizzabile. Ma nel frattempo, proprio grazie allo shock della pandemia, si è diffusa in Europa la convinzione che il Patto vada rivisto, proprio per impedire che vincoli di bilancio troppo rigidi frenino la crescita e precipitino i Paesi indebitati in una spirale recessiva. È lo stesso principio, in fondo, che ha ispirato il programma di aiuti di NextGenEu, di cui l’Italia è il primo beneficiario, varato con l’obiettivo di stimolare la competitività, le riforme e la transizione ad una economia verde.


Coerente con questa filosofia, la Commissione vorrebbe proporre di trasformare il Patto in un accordo bilaterale tra Bruxelles e ciascun governo nazionale, che fissi obiettivi di riduzione del debito compatibili con gli obiettivi di crescita e di riforme negoziati attraverso i Pnrr. La Germania critica tale approccio che ritiene troppo soggettivo e chiede che si stabiliscano parametri di base uguali per tutti. In un articolo pubblicato martedì sul Financial Times il ministro tedesco dell’economia Christian Lindner, capofila dei falchi europei, esige un rafforzamento delle regole di disciplina di bilancio. “Parametri di riferimento numerici comprensibili e comunemente concordati – scrive – sono un requisito minimo per garantire rapporti debito/Pil in calo e parità di trattamento”.


La Commissione sembra orientata ad accogliere solo in minima parte le richieste tedesche nella proposta che renderà nota oggi. Ma questo è solo l’inizio. Venerdì e sabato della questione discuteranno i ministri delle finanze riuniti in Svezia. Il negoziato sarà lungo e nessuno pensa che possa essere chiuso prima dell’autunno. Ma i Paesi che, come l’Italia, guardano con favore alla proposta di Bruxelles devono trattare da una posizione di debolezza. Come ha ben chiarito Lindner, infatti, se non si dovesse trovare un accordo sulla riforma il Patto tornerebbe in vigore nella sua forma originale che perfino la Germania considera eccessivamente severa.


La posizione del governo italiano è poi indebolita da altri due fattori. Il primo è la sua incapacità di rispettare il piano di investimenti e riforme concordato con la Commissione in cambio dei soldi del Pnrr. Un governo che non riesce a mantenere gli impegni presi con Bruxelles su un terreno tanto favorevole, che credibilità potrà avere quando dovrà negoziare, invece che prestiti e regalie, tagli alla spesa e riduzioni di bilancio? Il secondo fattore di difficoltà è che siamo rimasti gli unici nella Ue a non aver ratificato il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), concepito proprio per soccorrere i Paesi in caso di crisi dei debiti sovrani e per costituire una rete di sicurezza contro i fallimenti bancari. L’inattendibilità del nostro esecutivo, insomma, fa il gioco dei falchi e indebolisce le posizioni di chi, come la Commissione, vorrebbe un’Europa più solidale.


È possibile che Giorgia Meloni pensi di poter condizionare la ratifica del Mes, a cui l’Italia aveva dato il proprio consenso, a qualche concessione in materia di revisione del Pnrr o di riforma del Patto di stabilità. Del resto il suo amico Viktor Orbán è maestro in materia di ricatti esercitati brandendo il proprio diritto di veto ai Consigli europei. Ma questo lo ha portato solo ad un totale isolamento politico nella Ue e al congelamento dei fondi europei destinati all’Ungheria. Con tre tavoli aperti in cui nei prossimi mesi si gioca il destino dell’Italia, riforma del Patto, Pnrr e Mes, il governo Meloni ha molto da perdere e pochissimo da guadagnare nel seguire l’esempio del bulletto ungherese.