Buona parte della leadership e della stampa europea ha a lungo presentato Putin come un leader pragmatico e ragionevole, che reagiva alle iniziative altrui, semmai cercando di trarne vantaggio. Questa immagine non è stata scalfita dalla apparizione dei suoi scritti di historien en chef della Russia eterna, per usare la definizione di Nicolas Werth.
E non è stata scossa da un'aggressione evidentemente basata su presupposti ideologici - come la convinzione che gli ucraini avrebbero accolto i russi come fratelli e che lo Stato ucraino fosse un fantoccio - che hanno giocato un ruolo cruciale nell'indurre a decisioni sbagliate oltre che criminali.
Ma la fortissima componente ideologica della visione putiniana era già visibile 15 o 20 anni fa. Nel 2009 Putin aveva per esempio celebrato l'elezione di Kirill a patriarca di una Chiesa ortodossa russa che, come lui, esaltava la "Santa Russia" come unione inscindibile di Russia, Ucraina e Bielor…
Buona parte della leadership e della stampa europea ha a lungo presentato Putin come un leader pragmatico e ragionevole, che reagiva alle iniziative altrui, semmai cercando di trarne vantaggio. Questa immagine non è stata scalfita dalla apparizione dei suoi scritti di historien en chef della Russia eterna, per usare la definizione di Nicolas Werth.
E non è stata scossa da un'aggressione evidentemente basata su presupposti ideologici - come la convinzione che gli ucraini avrebbero accolto i russi come fratelli e che lo Stato ucraino fosse un fantoccio - che hanno giocato un ruolo cruciale nell'indurre a decisioni sbagliate oltre che criminali.
Ma la fortissima componente ideologica della visione putiniana era già visibile 15 o 20 anni fa. Nel 2009 Putin aveva per esempio celebrato l'elezione di Kirill a patriarca di una Chiesa ortodossa russa che, come lui, esaltava la "Santa Russia" come unione inscindibile di Russia, Ucraina e Bielorussia. E nel 2007 Putin aveva istituito la Fondazione "Mondo russo", incaricata di elaborare il programma politico e culturale di quella Russia eterna.
Soprattutto già nell'ottobre 2005 aveva fatto traslare il corpo di Anton Denikin, il capo delle armate bianche anticomuniste, dagli Stati Uniti al Monastero Donskoj, costruito per celebrare la sconfitta della minaccia tartara.
Con i suoi resti, in una mossa che deve aver richiesto lunghe preparazioni, erano giunti anche quelli di Ivan Il'in, l'ideologo della svolta ipernazionalista e antioccidentale di un movimento bianco prima vicino alle potenze vincitrici della Grande guerra.
Proprio sulla tomba di Denikin, Putin dichiarò nel 2009 che la Russia non poteva tollerare la separazione dall'Ucraina. E già allora egli esaltava Il'in come precursore della rinascita di una Russia fondata su uno Stato forte e penetrato dall'Ortodossia, capace di rifare di Mosca il centro di un suo "mondo" e di emendare, anche con la forza, la malvagia corruzione occidentale.
Due anni dopo, come ha notato Roberto Valle, il regista Nikita Michalkov, figlio dell'autore del testo dell'inno sovietico staliniano poi ripreso in quello russo su ordine di Putin, dedicava a Il'in, presentato come il profeta della nuova Russia, un documentario sul canale Rossija.
Putin è quindi, da subito, un leader fortemente ideologizzato, e la sua ideologia appare come un ibrido aggressivo, composto da pezzi diversi ma dai capisaldi ben definiti. Perché ciò non è stato e non è ancora capito?
C'entra certo la cecità di una parte della sinistra che rifiuta di vedere la retorica e i simboli del gruppo Wagner e non sa di Il'in, che Olga Strada ha di recente meritoriamente pubblicato. Soprattutto si può ipotizzare che il più generale rifiuto occidentale di vedere sia legato alle illusioni di vittoria successive al 1991 e al comprensibile desiderio di vivere in un mondo unificato, pacifico e deideologizzato.
Su queste illusioni ha giocato il cinismo, questo sì pragmatico, di un Putin che pochi anni dopo la sua elezione già diceva (e quindi pensava da tempo) che la Russia non era Europa, ma un mondo a se stante, destinato a tornare tale. Un presidente che tuttavia non si sentiva ancora abbastanza forte per provare a realizzare questo sogno, e soprattutto sentiva la forza del "corrotto Occidente".
Le tappe che hanno scandito l'indebolimento di quest'ultimo, a partire dalla crisi finanziaria del 2008, hanno poi convinto Putin che il suo momento fosse giunto. Una convinzione confermata dalla ritirata da Kabul di un Biden che ha poi però, con la sua fermezza in Ucraina, impartito a Putin una lezione sulla imprevedibilità della storia.
Poiché con Putin e la sua Russia - ma altre Russie esistono, benché oggi siano costrette a nascondersi - occorre avere a che fare, bisognerebbe smettere di pensare che al mondo esistiamo solo noi, e ascoltare e leggere quanto viene detto e stampato a Mosca, e altrove, senza intimorirci, perché anche le ideologie più deleterie possono essere vinte se se ne comprendono per tempo i piani.
Andrea Graziosi insegna Storia contemporanea all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Con questo articolo inizia la sua collaborazione con Repubblica