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L'Europa, la destra e i sussulti nel Pd

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Esiste un nesso, sia pure indiretto, tra le difficoltà del governo nella gestione del Pnrr, le clausole del "nuovo" Patto di Stabilità, il ricorrente tema del Mes e lo stillicidio di dimissioni dal Pd? In apparenza nessuno. La questione europea è uno scomodo interrogativo che pesa sull'esecutivo Meloni, a maggior ragione dopo l'inciampo della maggioranza alla Camera sullo scostamento di bilancio. I dubbi sono destinati ad accompagnare il cammino governativo fino alle elezioni per il Parlamento di Strasburgo, di qui a un anno. Viceversa, i sussulti nel partito di Elly Schlein toccano per ora un fenomeno minore che riguarda alcuni scontenti (Fioroni, Marcucci, Enrico Borghi, Chinnici) e difatti la neo segretaria non sembra curarsene.

Esiste un nesso, sia pure indiretto, tra le difficoltà del governo nella gestione del Pnrr, le clausole del "nuovo" Patto di Stabilità, il ricorrente tema del Mes e lo stillicidio di dimissioni dal Pd? In apparenza nessuno. La questione europea è uno scomodo interrogativo che pesa sull'esecutivo Meloni, a maggior ragione dopo l'inciampo della maggioranza alla Camera sullo scostamento di bilancio. I dubbi sono destinati ad accompagnare il cammino governativo fino alle elezioni per il Parlamento di Strasburgo, di qui a un anno. Viceversa, i sussulti nel partito di Elly Schlein toccano per ora un fenomeno minore che riguarda alcuni scontenti (Fioroni, Marcucci, Enrico Borghi, Chinnici) e difatti la neo segretaria non sembra curarsene.


Ma la realtà è un po' più complessa. Nel senso che l'Unione e con lei i mercati pongono delle sfide all'Italia di centro-destra, in qualche caso lavorano per farne emergere le contraddizioni e pian piano si avvicinano alla soglia oltre la quale i moniti e gli avvertimenti diventano fattori di destabilizzazione. A meno che, s'intende, il governo di Roma non rispetti tutte le condizioni di Bruxelles. Ma qui si entra in territorio sconosciuto e presto potrebbe non essere sufficiente la tattica di guadagnare tempo. All'inizio, come sappiamo, il centro-destra si presentava con un profilo almeno in parte euroscettico; in seguito Giorgia Meloni aveva inaugurato la politica del sorriso verso i partner e qualche risultato, se si esclude la Francia di Macron, è stato ottenuto, quanto meno nel ridurre l'area della diffidenza. Ora si è tornati nell'incertezza e quindi si rischia di scivolare in una sostanziale ostilità reciproca.


È chiaro che oltre un certo limite a Palazzo Chigi non vorranno piegarsi, specie perché devono rendere conto a una maggioranza di elettori che non è mai stata, a torto o a ragione, euro-entusiasta. E il richiamo della foresta sovranista è sempre dietro il prossimo angolo. Un conto è percorrere senza scosse il lungo sentiero verso un'idea d'Europa in cui la destra possa riconoscersi (la Meloni l'ha evocata chiedendo d'integrare l'Ucraina post-bellica); altro conto è reggere il gioco delle pressioni, a cominciare dal Mes che l'Italia non ha ratificato e su cui tenta d'imbastire un avventuroso do ut des. Insomma, il domani non è chiaro e qualcuno legge nelle recenti vicende i primi segni del logoramento.


Passiamo allora ai tormenti dell'opposizione. Il Terzo Polo, come è noto, si è auto affondato nella sua primitiva versione, ma l'area Renzi, cosiddetta "riformista", coincidente con il titolo del giornale che tra breve sarà diretto dall'ex premier, si sforza di tenere la scena. I singoli abbandoni, giorno dopo giorno, puntano a segnalare l'inerzia della nuova segreteria del Pd e la tendenza a un progressivo avvicinamento ai Cinque Stelle. Si vedrà, perché nel frattempo Conte alza il prezzo e legittimamente cerca di evitare con Elly Schlein invada le sue terre e se ne appropri. L'iniziativa di tre intellettuali (Maurizio de Giovanni, De Masi e Schiavone) che chiedono "scelte condivise" tra le due opposizioni, è significativa. E proprio la debolezza di visione della Schlein lascia prevedere che un passo alla volta si vada verso una fusione di fatto tra le due sigle.


Questo determinerà uno squilibrio. Da un lato un centrodestra incalzato dall'Europa e messo in affanno; dall'altro un centrosinistra tentato di rifugiarsi in un'opposizione populista (per fortuna con qualche eccezione) e quindi non in grado di esprimere una cultura di governo. In mezzo la pattuglia "riformista", qualunque sia il significato da dare a tale termine, che aspira a manovrare tra due blocchi entrambi poco reattivi di fronte alle spinte europee, sospesi tra risposta ostile e plauso permanente. Una partita delicata, la più insidiosa per l'assetto del sistema.