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L’odore del lavoro

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È difficile pensare il Primo Maggio ancora come una festa perché il lavoro oggi è fuga dal proprio Paese, come sanno i milioni di giovani che in questi anni sono andati all'estero per cercare opportunità di vita, di studio, di riconoscimento prima ancora che di impiego. Non si può festeggiare se da Acate a Strasburgo il lavoro è silenzio imposto - come a Daouda Diane, mediatore culturale ivoriano, inghiottito nel nulla e coperto dall'omertà dopo aver denunciato sui social lo sfruttamento e l'assenza di sicurezza - o addirittura è silenzio comprato, come al Parlamento europeo, per non far parlare di migliaia di morti nei cantieri dei mondiali di calcio. Non si può far festa se un numero inaudito di donne rumene, per pochi euro al giorno, nelle serre della fascia trasformata devono spaccarsi la schiena, compiacere il padrone e ricorrere all'aborto clandestino; oppure se i braccianti indiani nell'Agro Pont…

È difficile pensare il Primo Maggio ancora come una festa perché il lavoro oggi è fuga dal proprio Paese, come sanno i milioni di giovani che in questi anni sono andati all'estero per cercare opportunità di vita, di studio, di riconoscimento prima ancora che di impiego. Non si può festeggiare se da Acate a Strasburgo il lavoro è silenzio imposto - come a Daouda Diane, mediatore culturale ivoriano, inghiottito nel nulla e coperto dall'omertà dopo aver denunciato sui social lo sfruttamento e l'assenza di sicurezza - o addirittura è silenzio comprato, come al Parlamento europeo, per non far parlare di migliaia di morti nei cantieri dei mondiali di calcio. Non si può far festa se un numero inaudito di donne rumene, per pochi euro al giorno, nelle serre della fascia trasformata devono spaccarsi la schiena, compiacere il padrone e ricorrere all'aborto clandestino; oppure se i braccianti indiani nell'Agro Pontino devono drogarsi per sostenere ritmi di lavoro da schiavitù. Non hanno nulla da festeggiare i riders che per portarci le pizze a casa, pedalano come forsennati senza sicurezza, senza avere un bagno dove fare una sosta. Se il lavoro oggi è sfruttamento sotto il padrone di un campo agricolo o perché governato da un algoritmo, il primo maggio non è più festa.

Idea infelice, quasi provocatoria, quella di promettere un decreto-legge per stabilizzare di fatto i contratti a termine che servono solo a chi li offre, non a chi li deve accettare a vita: sono le sabbie mobili dei diritti sociali, rendono strutturale la debolezza soprattutto dei giovani che devono tacere sulle condizioni di lavoro, sul fuori busta, sugli straordinari sempre più ordinari, per timore di perdere la continuità del contratto. Il precario sopravvive per un lavoro che non ha potuto scegliere sapendo di non avere dietro di sé uno Stato sociale, solidale; non si sente protetto e si allontana dal suo Stato che pretende e non tende una mano. Così nasce la distanza dalla partecipazione, un diritto-dovere costituzionale coessenziale al lavoro, che poi diventa apatia, genera sfiducia nello Stato e quindi porta all'astensionismo dalle urne. Qualche anno fa su queste colonne alla domanda sul perché della scarsa sensibilità di una certa politica rispetto ai morti sul lavoro chi scrive rispose "forse perché i morti non votano". Oggi sappiamo che anche il 60% dei vivi non vuole andare a votare, e la percentuale è molto più alta tra i giovani. Incrementare la precarietà è un obolo pagato alle corporazioni e un costo troppo alto per una democrazia fondata sul lavoro.

Nulla v'è nel decreto che equilibri il lavoro con la salute, l'ambiente, la dignità, la sicurezza, la libertà come vuole il nuovo art. 41 della Costituzione. Non c'è traccia alcuna di un solo comma che aiuti a curare la più grande piaga del lavoro degli ultimi decenni: l'esplosione del caporalato e dello sfruttamento in ogni settore di un'economia le cui filiere crescono sulla pelle e sulla dignità di chi ha bisogno di un lavoro. Sulla stessa linea del decreto Cutro, non si vuole vedere che il caporalato nelle nostre terre comincia in mare, sui barconi. In questo decreto la povertà diventa una colpa da espiare di chi non ha saputo farcela, e per contrastarla rimane l'arte di arrangiarsi. Di conseguenza si deve accettare qualsiasi cosa che aiuti a sopravvivere, dal lavoro nero, sfruttato, sottopagato, ai cosiddetti lavoretti che complessivamente sono un terzo dell'economia sommersa. Una visione del lavoro, quindi, che obbedisce alle corporazioni e deresponsabilizza lo Stato, funzionale a un mercato che regola i diritti e non a un diritto che regola il mercato (sperando che il parlamento non si trasformi in una camera delle corporazioni). Papa Francesco all'assemblea di Confindustria il 12 settembre 2022 dice "il problema del lavoro non può risolversi se resta ancorato nei confini del solo mercato del lavoro: è il modello di ordine sociale da mettere in discussione...si dimentica l'odore del lavoro". Questa idea del lavoro non odora di libertà, di Costituzione.