L'intervista di Geoffrey Hinton definito dal New York Times "The Godfather of AI" riportata sul nostro giornale lascia perplessi. La notizia è che lascia Google. È spaventato dai progressi delle macchine che lui stesso ha creato. Dilemma classico, mitologico: rubare il fuoco agli Dei e relative conseguenze. Se definiamo l'intelligenza come la capacità di risolvere problemi, possiamo concordare che essa non appartiene solo a noi ma è caratteristica del mondo organico (come mostrano, tra gli altri, Stefano Mancuso con gli studi sulle piante o Giorgio Vallortigara con gli studi sugli animali), e delle macchine. Probabilmente, Mancuso potrebbe dimostrare che l'intelligenza delle piante è già più robusta della nostra e risolve problemi più efficacemente di noi. Tuttavia, l'intelligenza delle piante non ci crea alcuna questione perché le piante non parlano. I nostri problemi da sempre, e forse sempre di…
L'intervista di Geoffrey Hinton definito dal New York Times "The Godfather of AI" riportata sul nostro giornale lascia perplessi. La notizia è che lascia Google. È spaventato dai progressi delle macchine che lui stesso ha creato. Dilemma classico, mitologico: rubare il fuoco agli Dei e relative conseguenze. Se definiamo l'intelligenza come la capacità di risolvere problemi, possiamo concordare che essa non appartiene solo a noi ma è caratteristica del mondo organico (come mostrano, tra gli altri, Stefano Mancuso con gli studi sulle piante o Giorgio Vallortigara con gli studi sugli animali), e delle macchine. Probabilmente, Mancuso potrebbe dimostrare che l'intelligenza delle piante è già più robusta della nostra e risolve problemi più efficacemente di noi. Tuttavia, l'intelligenza delle piante non ci crea alcuna questione perché le piante non parlano. I nostri problemi da sempre, e forse sempre di più, girano intorno al linguaggio. Altra questione epica e religiosa: nominare le cose significa possederle.
Geoffrey Hinton, nell'intervista, invita i governi a regolamentare l'AI, perché un utilizzo massivo metterebbe a repentaglio le democrazie (quasi le democrazie gestite da una intelligenza cosiddetta umana godessero di ottima salute). Nello stile classico della comunicazione da Guerra Fredda aggiunge "pensate se Putin fosse in grado di dare ai suoi robot la possibilità di decidere da soli i propri obiettivi". Per una ragione analoga, la pervasività del falso o falsificato nella comunicazione politica, Amnesty International, che ha utilizzato immagini generate dall'AI a corredo dei rapporti sulle violenze in Colombia del 2021, è stata costretta a rimuoverle successivamente alla tempesta di critiche. La brutalità della polizia in Colombia è vera, ma non le immagini usate. Che Amnesty lo abbia fatto per questioni economiche (diritto d'autore dei fotoreporter) o pratiche (impossibilità di risalire ai fotografati e dunque alle liberatorie per evitare problemi legali) o con l'intento di fornire l'archetipo del sommo sopruso, esattamente come i corpi delle statue greche o i volti di certe madonne, erano, volta per volta, l'idealizzazione del sommo bello o del sommo bene, non è dato saperlo. Ma che l'intelligenza artificiale sia una possibilità di rappresentazione è evidente. Una mano e un occhio umano possono fotografare una parte del visibile e assegnargli un significato, una macchina può usare i colori giusti di un tricolore ma in ordine sbagliato, o divise militari sì, ma in dismissione, questo è successo in una delle foto di Amnesty.
Questi due fatti ci portano ad almeno due riflessioni. Negli anni Cinquanta del Novecento, Norbert Wiener, "Godfather della cibernetica", si accorge che si perde un sacco di tempo nel tentativo di colpire un bersaglio senza poter valutare l'errore nel lancio, così pensa bene - prima di diventare un pacifista - di dotare il missile di un radar che comunichi, volta per volta, l'errore e consenta dunque di correggerlo. La macchina, in questo caso il radar, corregge un errore umano. La cibernetica nasce così, col feedback. La macchina che dà il feedback. Stacco. Settanta anni dopo. Ciascuno di noi parla con ChatGPT, domanda di Shakespeare, della ricetta della parmigiana, di sé stesso. ChatGPT è inesatto, logorroico, noi ridacchiamo e correggiamo la macchina. Il radar di correzione siamo noi. Il ruolo è invertito. Il feedback dell'errore siamo noi macchina. Siamo la macchina della macchina.
Seconda questione. Definita la natura come una epistemologia e la biologia come sistema culturale, abbiamo accettato (oppure no) che i generi sono come la X sulla mappa di Pirati dei Caraibi, una indicazione, che gli ormoni ci cambiano più della chirurgia. L'intelligenza è invece sempre solo una - quando la aggettiviamo, la depotenziamo: artificiale, emotiva, relazionale,... - l'intelligenza è il moloch che ci sta di fronte e che se non può essere scalato allora meglio scavarci un fossato intorno. Perché, invece, non sottolineare sempre che l'intelligenza è più un "come" che un "quanto", perché non dirsi neurodivergenti rispetto alle macchine e ritenere la velocità l'unico parametro di valutazione per tutto? Senza la coscienza e l'ammissione che le intelligenze sono tante e diffuse - cosa che ovviamente sgomenta, ma riappropriamoci delle mitologie del fuoco e dei nomi - non c'è ecologia e non c'è stato di diritto perché non si può decidere a lungo di non sapere ciò che già si sa, ma si può studiare per convivere e coesistere. Si possono studiare le matematiche e leggere i romanzi. C'è una politica che limita l'accesso alla conoscenza - anche per motivi economici, l'educazione di un singolo borghese costa troppo nelle democrazie occidentali - e una politica che immagina tutti possano scegliere di accedervi, e bisogna sempre lavorare per la seconda.