Di recente si è tornati a discutere intorno alla mancanza in Italia di un partito conservatore sul modello europeo. Hanno messo il loro peso sul tavolo un intellettuale come Ernesto Galli della Loggia e un esponente storico della sinistra come Luciano Violante. S’intende, non è la prima volta che si affronta il tema: quasi trent’anni fa questa intenzione fu attribuita a Berlusconi, l’uomo che aveva portato al governo l’allora Alleanza Nazionale di Fini. Sappiamo come è andata: il fondatore di Forza Italia ha dominato la scena per almeno un quarto di secolo, ma non si è mai posto il problema di andare oltre il partito personale.
Oggi qualcuno ritiene, pur fra dubbi e interrogativi, che Giorgia Meloni sia la persona adatta a ritessere quel filo. Sia Galli della Loggia sia Violante le aprono un cauto credito, nella speranza di giungere a un maggiore equilibrio del sistema: un partito conservatore alieno da impuntature “sovraniste” e di fronte un partito di sinistra “riformista”. Nessuno dei due “moderati”, anzi pronti a darsi battaglia, ma reciprocamente legittimati. Così come sarebbe legittimato un bipolarismo in cui si compete per il governo del paese, ma senza isterie e nel rispetto del principio dell’alternanza.
Con ogni probabilità alla premier non manca la volontà d’interpretare un ruolo tanto ambizioso, ma la strada è comunque lunga e accidentata. Un paio di premesse positive ci sarebbero. Da un lato, la Meloni si trova già alla testa del gruppo dei Conservatori europei, che tuttavia appaiono tutt’altro che coesi. Dall’altro, ha stabilito rapporti cordiali con il bavarese Weber (Csu), che rappresenta la destra dei Popolari tedeschi, e con il premier inglese Suniak, che non fa parte dell’Unione ma è essenziale per rafforzare l’asse atlantico con Washington. Sull’altro piatto della bilancia, fra le note negative, ci sono le eterne ambiguità sul fascismo: non tanto sue, quanto di vari esponenti di FdI. Su questo punto, peraltro, si è già detto tutto. Ma ci sono anche le difficoltà a farsi accettare pienamente nel club europeo: momenti positivi s’intrecciano con passi falsi e frenate. L’Italia del centrodestra gode di una fiducia molto condizionata. Del resto, non è che l’Unione, per come è assestata oggi, ottenga grandi simpatie all’interno della destra: intesa come Lega e settori del partito meloniano.
In ogni caso il sogno della giovane leader è abbastanza esplicito. Arrivare alle elezioni europee del ‘24 e quindi, insieme al resto dei Conservatori, provare a cambiare gli assetti della Commissione. Con l’obiettivo di contare di più a Bruxelles (oggi contiamo poco) e sottrarsi al ricatto implicito dei gruppetti nostalgici e degli estremisti in patria: tutti coloro che hanno ancora il potere di logorare l’esperienza meloniana, costringendola a un “tran tran” quotidiano all’inseguimento delle emergenze. È chiaro che tutto ciò non basta a delineare il profilo del “partito conservatore”. Né si può pensare che nasca “in vitro”, senza le repliche della storia vissuta. Chi si aspetta dagli attuali personaggi una visione, un’idea compiuta della società, un programma a cinque-dieci anni, rischia di passare da illuso. Solo sulla politica estera c’è chiarezza. Ma sui temi della giustizia, della politica fiscale e di una sicurezza non retorica - le tre gambe di un moderno conservatorismo - non si vede ancora una linea di marcia.
Sull’altro versante non è che la situazione sia più accattivante. Anzi. Sembra riemergere la tentazione del “fronte popolare”, sia pure aggiornato. Ma è una formula con cui la sinistra non è mai andata troppo lontano. Tanto più che l’alleanza di tutti al solo scopo di rimuovere la destra (e non si sa come avverrebbe, se non con un colpo di mano), significa alimentare il massimalismo. Il che spaventa una parte di opinione pubblica e la spinge a destra. Eterogenesi dei fini.