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L'azzardo presidenzialista

Meloni invita le opposizioni a Palazzo Chigi per parlare di riforme costituzionali. Il rischio è che la premier abbia già fatto la sua scelta
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La buona notizia è che Giorgia Meloni ha convocato le opposizioni la prossima settimana per aprire una discussione sulla riforma della Costituzione: mossa lodevole, troppo spesso negli ultimi venti anni i cambiamenti delle regole comuni sono partiti e arrivati con spudorati blitz di parte. La cattiva notizia è che Meloni punta al presidenzialismo e, stando a molte dichiarazioni rilasciate prima e dopo il voto del 25 settembre, pare disposta ad arrivarci anche senza un accordo con le minoranze. Il che renderebbe la convocazione dell’opposizione un inutile atto di galateo e azzererebbe la buona notizia di partenza.


Sta dunque a Meloni districarsi con abilità tra proposta …

La buona notizia è che Giorgia Meloni ha convocato le opposizioni la prossima settimana per aprire una discussione sulla riforma della Costituzione: mossa lodevole, troppo spesso negli ultimi venti anni i cambiamenti delle regole comuni sono partiti e arrivati con spudorati blitz di parte. La cattiva notizia è che Meloni punta al presidenzialismo e, stando a molte dichiarazioni rilasciate prima e dopo il voto del 25 settembre, pare disposta ad arrivarci anche senza un accordo con le minoranze. Il che renderebbe la convocazione dell’opposizione un inutile atto di galateo e azzererebbe la buona notizia di partenza.


Sta dunque a Meloni districarsi con abilità tra proposta e confronto. Qui c’è un punto decisivo da chiarire. La presidente del Consiglio, naturalmente, ha tutto il diritto di puntare alla riforma che le è più gradita. Legittimo che parta da lì e la illustri a tutte le forze parlamentari. Quello che non regge è la successiva precisazione: “Sia chiaro che non mi farò bloccare dai veti”. La speranza è che l’affermazione di Meloni sia da intendere in questo senso: non permetterò che le divisioni di partenza impediscano al Parlamento di varare una riforma utile al sistema politico italiano. Se invece il senso del messaggio alle minoranze è: se ci state sul presidenzialismo, bene; se non ci state, faccio da sola, allora è evidentemente tutta un’altra storia.


Una dimostrazione di saggezza da parte di Meloni sarebbe identificare gli obiettivi da ottenere tramite la riforma della Carta: rafforzamento dell’esecutivo, bilanciamento del ruolo del Parlamento, semplificazione del bicameralismo perfetto, aumento di stabilità e durata dei governi e della rappresentatività degli eletti (questi ultimi due punti dipendono molto dal varo di una legge elettorale pensata in modo complementare alla riforma). Sono obiettivi raggiungibili solo con il presidenzialismo? Ovviamente no. Ci sono anche altre strade, alcune già condivise in modo bipartisan almeno a livello accademico e bene approfondite nel corso dei precedenti falliti tentativi di riforma. Se invece la riforma presidenzialista è un puntiglio ideologico, l’ennesimo e più alto tentativo di occupare ogni ganglio dello Stato e della cosa pubblica come un famelico blob, stavolta partendo dai vertici, allora l’opposizione farà bene a disertare presto il tavolo convocato e denunciare il tentativo per quel che sarebbe: una grave forzatura e l’ultimo colpo alla nostra già boccheggiante democrazia parlamentare.


Il furore presidenzialista, feticcio della destra già dai tempi del Movimento sociale italiano, si muove su due basi: il primo è concentrare le decisioni nelle mani del presidente, sulla base della pericolosa convinzione che il parlamentarismo sia in sé una zavorra per l’azione dell’esecutivo, il secondo è assecondare la definitiva personalizzazione della politica italiana. Qualcuno concepisce questo secondo effetto addirittura come un rimedio allo sfascio dei partiti: cioè, siccome ormai il sistema italiano non è più grado di reggersi sui partiti, che sono sfibrati o padronali, senza ideologie e spesso pure senza idee, che è ovviamente anche peggio, allora si surroga questa mancanza affidandosi all’uomo (in questo caso, nelle intenzioni, alla donna) della provvidenza.


C’è poi un altro elemento che sconsiglia l’adozione del presidenzialismo. In questi anni a tamponare la debolezza dei partiti, l’insipienza, talvolta la loro opportunistica vigliaccheria, è stato proprio il Quirinale, una istituzione che gli italiani percepiscono sinceramente terza e che, grazie al secondo mandato di Sergio Mattarella, è sentita ancora più come una solida garanzia per tutti. Garanzia che vale doppio in questi tempi segnati da uno pericoloso scollamento sociale, da astensione cronica, da contestazioni elettorali. Due Paesi molto diversi, con in comune una robusta cultura presidenzialista come Usa e Brasile, hanno vissuto di recente tensioni vicine al collasso di sistema e al vero e proprio golpe. Un caso? Può crederci solo chi vuole illudersi. Noi italiani abbiamo un sistema di pesi e contrappesi pensato dai costituenti proprio per tenere le istituzioni al riparo da choc e torsioni autoritarie. Dovremmo disfarcene, entrando nella giungla della sfida elettorale senza rete, in nome dei capricci ideologici della destra sovranista? C’è da sperare che Meloni sappia trovare subito la misura su una tema così delicato per il futuro della comunità nazionale.